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Registi indipendenti scoprono le indie (indipendenti)


Registi indipendenti Fiera della Vanità

Registi indie indipendenti «All’inizio dell’MM (che non è Il mostro di Düsseldorf di Fritz Lang con remake di Joseph Losey, noi chiamiamo così il 2000 per accorciare: noi siamo per farla breve, si sarà capito) un gruppo di cineasti disperati — alcuni praticamente desperados causa una decennale cura a base di Quentin Tarantino che li portò più di una volta davanti al giudice, tanto erano intrisi di filosofia sparatoria e macellara, e da lì a familiarizzare con il weekend jail, in ciò antesignani della Lindsay Lohan quando la teen-ager si limitava a sniffare la benzina dei motorini, abitudine esente da rehab —... si diceva: questa band of brothers multinazionale di malincolti, seppur medio-altamente colti grazie ai corsi, ricorsi e stra-corsi di cinematografia in senso lato frequentati (molti serali), capìta l'antifona "no mainstream for cats" (per non parlare delle slammate di porte in faccia ricevute dalle cricche "indie", nel gergo della compagine referred to as "torte in faccia" per rendere meno doloroso l’evento), non per questo se ne fece una rassegnata ragione.

filmmakers indipendenti nel grande web Anzi, nell’età dell’innocenza del World Wide Web 1.0, essa — noi abbracciammo furiosi la causa della rete. Abbagliati dai prodigi del flash *acro*edia versione 5, decidemmo: il mainstream ci faceva un baffo, e passammo dal MAIN-STREAMING allo STREAMING, dando inizio così ai nostri futuribili radio days. Internet-daze, ci suggerì il nostro linguaggio multimediale innovativo. Già sentivamo intorno a noi il mormorare (dell’invidia): "Quei bravi ragazzi hanno capito al volo il potenziale della rete". Heaven Knows, Mr. Allison, se non era vero: pionieri di una nouvelle nouvelle vague, ci mettemmo l’anima e la carne, avremmo fatto sfracelli inauditi e soprattutto invisti.

registi il futuro è la rete Vedevamo spalancarsi cancelli perlati, custoditi dal vecchio Pietro: per il timore di vederci sbarrare la strada ci umiliammo fino alla preghiera (ricattatoria): "Peter, se mi lasci sul cancello, io... io...". Nell’allucinazione il Santo gentile replicava: "Tu cosa? Voi de cche? Ma tornate quando sarete morti, a stomaco preferibilmente vuoto: ragazzi, di vita ce n’è una sola". Già, purtroppo eravamo vivi, ma fortemente allucinati. La frase del sant’apostolo, mal interpretata per via dell’apertura vocalica di quell’accento galileo, ci dava il tormento: "La vita è una sòla". Piano piano, ci stavamo trasformando in fanatici di una religione spiritual-tecnologica, per noi era quello il (doppio?) senso della vita. C’era chi, come Joe "Camarillo" Grillo, simile a un re pescatore, ripeteva all’ossessione "Il futuro è la rete, il futuro è il Web, distruggeremo l’ultimo metro di pellicola in celluloide, incendieremo ogni 8 mm sopravvissuta, daremo il fatto loro a ogni key grip, best boy, gaffer, clapper loader, script supervisor, location manager, stunt, inutili maestranze umane... e gli attori... ah, gli esosi attori... Via! Saremo noi gli attori della nostra arte: tutti a casa li manderemo, tutti a casa. Flash flaaash!" e talvolta abbracciava il computer, implorandolo: "Baciami, stupido!", le lacrime agli occhi come pioggia. Ma gli volevamo bene, non volevamo rivederlo a Camarillo.

Prima dei nostri film, avevamo già iniziato a girare nella mente il film delle nostre grandi speranze e della grande illusione. Ognuno si sentiva un million dollar baby, un padre pellegrino in missione possibile nel futuro senza ritorno dell’intelligenza artificiale. Invero eravamo un mucchio selvaggio di balordi, soldati di un’armata Brancaleone e costituiti in minuscole compagnie di ventura, micro-case di produzione cinematografiche, spesso così micro da potersi definire sgabuzzini (di produzione), a dispetto delle pretenziose, altisonanti, bombastiche denominazioni in inglese o simil-esperanto: I-Flix-Cine-Chen, Non Serviam Movies, The Want Row, Out-Archi-Pictures, Darfur Productions, Ides of Marx Brothers, In Good We Trust Films, On No One We Depend (significativo il doppio senso: Di Nessuno ci Fidiamo / Da Nessuno Dipendiamo) Corporation — e non di rado composte da un singolo individuo —, tutte prive di ragione sociale e di ragione tout court: ma più che underground, ci sentivamo overground, acrobati dell’iperuranio Web senza rete di sotto. Secondo l’uso dei metteurs en scène degli spaghetti western (che tanto piacciono a Tarantino, più gli spaghetti che i western, c’è da scommetterci), assumemmo non tanto pseudonimi quanto nomi falsi, ad evocare la nostra tensione all’universale: Pete Aquaan, Yogor Tangor, Keira "Yoshinaka" Yoshihisa, Orrin Onski, Mia Boca, Quentin R. DeNameland, Hugo Victor, J.L. Godhard, Ed Wood-y Allen, Malcolm Banquo, Regan Lincoln, Titania O’Beron, Francesco Truffò, Botox Strauss, Aldo Movár, Dark-o Jurassic, Park Chan Charlie, il povero Sorvino ("parente di Mira Sorvino?" "No... quante volte glielo devo dire... Fermo restando che chiunque abbia un dato cognome deve necessariamente essere parente di un altro con lo stesso cognome, salvo casi incontrovertibili di nomi d'arte") e infine io stesso, prima Johnny "Guitar" Rotto, poi E. Johnny "prese-il-fucile" (sempre Rotto), ora a malapena integro. E tanti altri sognatori di pecore elettriche.»

In tane volutamente cupe che per squallore sfidavano i crummy dump e i run-down hotel della golden age del noir americano, partorivamo chilometriche sceneggiature, storyboard michelangioleschi, che si dovevano concretizzare in film da realizzare con computer forti di 8 Mb di Ram.

registi indipendenti sceneggiatura produzione Dopo mesi di cova pre-produttiva, benché inconsapevole di questi limiti, uno di noi — di cui non faremo il nome —, un super ivory-iano di ferro e fuoco, partito in quarta con un progetto cyber-kolossal, con disperante convinzione hitleriana un bel giorno di un giorno da cani (com’erano immancabilmente i nostri giorni) spiegò sul pavimento della Wolfsschanze la sua mappa per l’uscita dalla sacca di Stalingrado: la sceneggiatura completa di Vanity Fair: A novel without a Hero (La fiera delle vanità) del compianto William Makepeace Thackeray. Il naso fumante di polverina della felicità, agli angoli della bocca stalattiti di bava, pesanti borse sotto gli infuocati oci ciornie, il Bondarciuk-Superciuk del terzo Millennio per ore illustrò i dettagli riguardanti la fase di studio, pre-produzione, lavorazione, produzione, post-produzione del film, terminando la conferenza con la sentenza "Come minimo, finiremo sulla copertina di Vanity Fair". Pur avendo le compagnie associate rinunciato a maestranze di sorta, ci avvalevamo del supporto tecnico di un geek informatico autodidatta, il quale, seppur umanamente squilibrato, fece sensatamente notare all’epigono di David Lean (maestro supplente del suddetto James Ivory, beninteso) il problema della banda. Il cui nocciolo fu compreso dal cyber-filmmaker solo un paio di settimane dopo: era impossibile "far girare" in streaming su internet un film del peso approssimativo di 1.600 megabyte.

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