LA MENTE e la personalità di ADOLF HITLER psicologia di hitler INTRODUZIONE A I VERBALI DI HITLER Rapporti stenografici di guerra 1942-1945 del GENERALE FABIO MINI

I VERBALI DI HITLER volume primo

Sfuggite all'incendio del bunker berlinese, le "conferenze militari" offrono uno spaccato quotidiano della conduzione della guerra da parte dell'OKW (Oberkommando der Wehrmacht), del pensiero militare e dell'azione in prima persona di Hitler, dal momento in cui egli volle esercitare un controllo personale sulle operazioni belliche sempre più stretto fino alla caduta definitiva.

«Introduzione di Fabio MIni al primo volume dell'edizione pubblicata dalla LEG - Libreria Editrice Goriziana (2009).

È vietata la riproduzione senza il consenso dell'Editore.

Il lettore che si avvicina a questa prima edizione italiana dei verbali stenografici delle riunioni di Hitler deve essere cosciente di cosa essa rappresenta e della propria aspettativa. Se si aspetta un romanzo rimarrà deluso nonostante ci siano dei passi veramente romanzeschi e tutto sommato la stessa storia della Germania, dell’Europa e della Seconda guerra mondiale, la storia raccolta e studiata per decenni, diventi un romanzo e talvolta persino una fiction alla luce dei commenti che appaiono nei verbali. Se il lettore si aspetta una rivelazione storica ineccepibile e inattaccabile, rimarrà deluso, perché dai verbali si hanno frammenti di discorsi, presentazioni parziali di situazioni in evoluzione, decisioni implicite assunte in maniera criptica e molte volte con una imbarazzante carenza di dati e d’informazioni. Se si aspetta di trovare uno stato maggiore potente, deliberato ed efficiente, dovrà ricredersi sulla presunta perfezione della macchina da guerra tedesca. I generali che partecipano alle riunioni e il nutrito staff che si muove attorno a Hitler appaiono sempre in soggezione di quota rispetto a lui e molte delle loro valutazioni o informazioni vengono smontate dalle sue osservazioni pratiche e dai conti della serva che riesce a fare cogliendo i tratti essenziali delle situazioni. D’altro canto, il lettore che si aspetta di trovare le prove di un grande stratega di fronte ad uno stuolo d’incompetenti, di un gigante del pensiero militare gabbato dai generali, di uno che ha perso la guerra a causa loro, rimarrà profondamente deluso. Così come dovrà fermarsi più volte a riflettere chi si aspetta di trovare un Hitler visionario, incongruente, ignorante, rozzo, malato o pazzo come è stato spesso dipinto.

Ecco, il valore di questa edizione è nella rimozione di molti stereotipi a cui siamo stati abituati per decenni. Un’operazione che né i curatori dell’opera originale, nel 1962, né la LEG, oggi, hanno inteso condurre in maniera intenzionale, ma che si sviluppa man mano che ci si addentra nell’atmosfera e nel pathos della guerra e del terzo Reich. E questa connessione tra pathos e cronache, fra segmenti di attualità e mitologia, fra suggestioni e Storia viene agevolata in maniera superba dalla quantità e dalla qualità delle note di Helmut Heiber che per primo si cimentò nel difficile compito di contestualizzare i verbali. Per noi italiani il valore di questa edizione sta inoltre nella triste considerazione che nessun editore negli ultimi quarant’anni se l’è sentita di far tradurre e stampare i verbali. Certo, gli storici li hanno senz’altro consultati nelle versioni tedesca e inglese, di certo hanno confrontato gli stereotipi con la semplice trascrizione stenografica dei rapporti militari, hanno senza dubbio verificato che dai soli verbali non si possono trarre elementi sufficienti per una revisione storica dell’operato di Hitler e della condotta tedesca della Seconda guerra mondiale. Di certo hanno considerato che l’immane nefandezza del razzismo, del nazismo, della guerra di conquista, delle eliminazioni di massa, della sopraffazione d’interi popoli e della stessa civiltà occidentale fossero motivi sufficienti per rafforzare invece che abbattere gli stereotipi. Ma la ricostruzione storica dovrebbe essere in grado di prescindere dalla semplice propaganda e persino dagli interessi politici del momento. Dovrebbe. In realtà anche la storiografia può diventare strumento di potere, come la mitologia e, peggio, la mitopoiesi. Nel caso di Hitler e del contributo di riflessione che i verbali delle sue conferenze militari possono portare alla valutazione storica, non ci sono elementi per condurre a una revisione storica profonda, radicale. Il giudizio complessivo rimane inalterato e le responsabilità oggettive degli stati maggiori militari e di Hitler semmai aumentano. Tuttavia, allo stesso tempo, la parte più vieta della rappresentazione storica, quella data in pasto alla propaganda politica, quella destinata ad alimentare le tensioni, le divisioni, gli odi, quella sottesa a radicare gli stereotipi nell’anima e nella mente dei popoli viene sostanzialmente ridimensionata. E allora non si spiega come mai gli storici non abbiano colto dai verbali elementi per purificare la ricostruzione storica dalle suggestioni di parte. Non si spiega perché nelle opere sulla Seconda guerra mondiale vi siano così poche citazioni dei testi originali di questi verbali e perché gli stereotipi siano rimasti inalterati a guidare la linea di pensiero di quasi tutto il mondo occidentale. Questa edizione aiuta il lettore aperto, quello che non assimila i dogmi e si alimenta di dubbi. Lo aiuta a calarsi nell’atmosfera di una guerra che prima ancora dei campi di battaglia impegna i gangli del potere. Una guerra di personalità e di volontà. E più la mente del lettore si apre, più la tragica realtà della guerra appare nella sua dimensione umana: fatta di ideali, aspirazioni, intuizioni e genialità come di beghe, ripicche, competizioni, ambizioni, pregiudizi e disumanità.

Normalmente i verbali delle riunioni degli stati maggiori in guerra rappresentano le fonti primarie della ricostruzione storica. Purtroppo, come tutte le cose che vengono scritte durante gli eventi dagli stessi attori, i verbali vengono poi utilizzati come alibi per sottrarsi alle responsabilità o, peggio, come autoassoluzione. È incredibile come la memorialistica dei principali attori della Seconda guerra mondiale sia invariabilmente legata a ricostruire gli eventi secondo la convenienza di chi scrive. Ed è anche rilevante vedere come le memorie contengano di rado dei riferimenti al quadro politico strategico delle operazioni militari e come le stesse operazioni militari vengano ancora meno descritte in relazione alle intenzioni dei comandanti piuttosto che agli ordini ricevuti.

Hitler non ha avuto il tempo di scrivere le sue memorie, e questo dovrebbe essergli accreditato. Ci ha risparmiato l’ennesimo panegirico sul suo valore di stratega e la pietosa pretesa di non essere responsabile dei propri atti. Ci ha anche risparmiato di vederlo coinvolto nell’impietoso rito del tribunale dei vincitori. Tutti quelli che sono stati giudicati ai processi di Norimberga avrebbero dovuto essergli grati per non essere presente. Non è vero che la mancanza di Hitler abbia fatto scaricare le sue responsabilità su altri. È vero il contrario; se Hitler fosse stato presente e attivo, se avesse deciso di confrontarsi con i suoi generali e con i suoi gerarchi passati dalla parte degli accusatori, nessuno di questi avrebbe avuto il coraggio di schierarsi dietro gli ordini ricevuti e nessuno avrebbe giocato sulla ricostruzione personale degli eventi. Eppure, se Hitler fosse stato vivo non avrebbe avuto bisogno di citare i verbali delle riunioni a suo favore o come parte delle memorie storiche o come parte di quelle difensive che avrebbe potuto portare di fronte al Tribunale dei vincitori. Dai verbali che in questi due volumi sono tradotti fedelmente dai testi disponibili delle trascrizioni in tedesco degli stenografi, dal 1943 al 1945, Hitler appare già come un gigante. Non tanto perché dice delle cose di grande importanza ma perché sovrasta i suoi interlocutori facendoli a volte apparire terribilmente piccoli e banali. Non c’è la presunta visione strategica del genio militare che molti gli attribuiscono e che senza dubbio lui stesso si attribuiva, ma quando si esprime sul piano politico strategico si vede chiaramente che è di una spanna al di sopra di tutti i suoi interlocutori. Nei verbali si trovano anche i frammenti dei discorsi tenuti da Hitler, alla fine del conflitto, ai comandanti di divisione impegnati negli ultimi spasmi di una guerra perduta da tempo: con tutte le riserve del caso sulle posizioni ideologiche, ciò che viene detto ai generali tedeschi è di una perspicacia e di una lucidità eccezionali. Ai comandanti che sul terreno si confrontano con la disfatta, Hitler impartisce lezioni di morale, di politica e di strategia pura. Ad essi spiega la Germania e il ruolo che ha in Europa e nel mondo e lo fa ben consapevole che è la Germania a dover soccombere. Contrariamente a tutti i suoi generali e a tutti quelli che nel frattempo lo hanno già tradito e abbandonato, sa che la vittoria può essere perseguita fino all’ultimo, e lo spiega: la vittoria non è mai di chi conquista, ma di chi induce l’avversario a cedere e a rinunciare ad essa. E non c’è né limite di tempo né razionalità nell’induzione e nella individuazione del cedimento. Per questo anche l’ultimo uomo e l’ultimo ragazzo chiamato a combattere può essere determinante. È una lezione tardiva che tuttavia non si basa sulla retorica o sulla lucida follia ma su un calcolo razionale anche se sbagliato: Hitler sa esattamente quanto la Germania ha già dato alla guerra e proprio per questo crede che possa dare ancora qualcosa. Sa che è allo stremo, ma crede di avere risorse per resistere e persino per far credere di poter resistere a lungo. Non è così. E anche la caparbietà degli Alleati, in particolare dei Sovietici, è più forte di quanto egli creda. Ma sul piano militare e strategico il calcolo non è frutto di pazzia e soprattutto l’esortazione alla resistenza tende a stabilire uno standard di virtù morale e nazionale che né gli avversari né gli alleati che lo hanno tradito hanno fino a quel momento dimostrato di possedere.

Ledizione in inglese dei verbali porta il titolo Hitler e i suoi generali. È senz’altro di buon effetto, ma non è esatto. In realtà questo titolo non rispecchia né le intenzioni né i testi dei verbali: quelli che Hitler raduna quasi ogni giorno e più di una volta al giorno, non sono tutti suoi generali. Egli sa benissimo che molti di essi non gli appartengono né come dedizione né come cultura. Hitler considera la casta militare tedesca come la roccaforte della massoneria e degli interessi forti della nazione: quelli che lui avrebbe voluto eliminare culturalmente e fisicamente.

È proprio Goebbels ad informarci che “Hitler esprime solo giudizi negativi sui generali. Pensa che lo imbroglino appena possono. Per di più ritiene che non siano colti e che non capiscano nemmeno il loro mestiere di soldati, cosa che almeno ci si potrebbe attendere da loro. Pensa che non si possa rimproverare loro di non avere una cultura superiore perché non sono stati educati, ma che il fatto che anche nelle questioni di guerra puramente materiali siano così poco preparati parli assolutamente contro di loro. Il loro addestramento sarebbe sbagliato da generazioni. Oggi vediamo i prodotti di questa educazione nel corpo dei nostri ufficiali superiori”.

E Hans Frank in Im Angesicht des Galgens ricorda commenti di Hitler ancora più forti: “Se al mondo c’è stato qualcosa nella storia tedesca alla quale il Führer era intimamente ostile, questo era la cerchia di stati maggiori generali che ‘già da molto aveva tradito, dimenticato e venduto Moltke e Schlieffen’, come ripeteva sempre, ed era diventata una ‘casta speciale di boriose ed arroganti teste vuote e parassiti della nazione, improduttiva, priva di idee, vile e vanitosa’. Un’altra volta disse: ‘Quei signori con le loro fasce porpora sui calzoni a volte mi sono più ripugnanti degli Ebrei perché questi almeno riconoscono apertamente di non essere dei soldati, cosa che quelli pretendono per diritto acquisito’. Sua è anche la frase spesso citata: ‘Lo stato maggiore generale è l’ultimo ordine massonico che non ho ancora sciolto”.

Lo stesso Heiber cerca un modo di giustificare l’atteggiamento ostile di molti generali: “D’altra parte è fin troppo comprensibile che anche gli accademici dell’arte della guerra di solito nutrissero poca simpatia per quel parvenu autodidatta che improvvisamente si atteggiava a superiore pedante e che a volte riusciva addirittura a farli balbettare grazie alla sua competenza in settori specifici. Se già il “vecchio signore”, il Presidente del Reich e feldmaresciallo von Hindenburg, che Hitler con il suo talento istrionico aveva raccomandato per il Valhalla, aveva parlato con maligno piacere del “caporale boemo” nella cerchia dei suoi amici di Ahr’und Halm, ci si poteva attendere più magnanimità proprio dove al senso di superiorità si aggiungeva il risentimento? Questi motivi umani sono già più che sufficienti anche a prescindere dal consolidato patrimonio tradizionale di perplessità ed obiezioni etiche, morali, o comunque rispettabili, nei confronti di quel ciarlatano senza radici con la sua fatale disposizione anche alle estreme conseguenze criminali in tutti i campi delle sue azioni. Non ci si può quindi meravigliare che veramente pochi tra i collaboratori militari di Hitler – con tutte le ovvie riserve nei molti altri campi che qui non sono in discussione – non considerino il loro ex-comandante in capo come un fattore totalmente negativo nella conduzione della guerra. A prescindere da queste irrilevanti eccezioni e da una manciata di uomini particolarmente votati ad Hitler, come Schmundt o Burgdorf, si può affermare che i generali, per lo meno dell’esercito, avevano giustamente delle riserve sull’operato del loro condottiero e che una parte gli era del tutto ostile. Alcuni hanno manifestato questa ostilità – spesso a rischio della vita –, gli altri la sostengono oggi (leggi: 1962, come da note di Heiber, ndr), e di solito sono credibili, nelle conversazioni ed in un flusso inesauribile di memorie. Di regola possiamo vedere il condottiero Hitler solo attraverso gli occhi di questi suoi generali. Soprattutto negli anni delle autogiustificazioni questo ha portato spesso ad esiti grotteschi perché era facile attribuire la perdita delle battaglie al comandante supremo, comunque responsabile della perdita della guerra e per di più deceduto, ed assegnare ad altri – in parte a ragione ed in parte a torto – i non meno impressionanti successi militari. Da allora questa semplificazione ha subìto una revisione. Attraverso analisi fondate e dimostrazioni, scrittori militari stranieri, ma anche esperti militari tedeschi non coinvolti, o coinvolti solo marginalmente negli eventi chiave al quartier generale, hanno ridimensionato i cliché che rendevano giustizia ai sopravvissuti e facevano comodo al mercato. Non è vero che – ragionando in termini di bianco o nero – idee sempre giuste e promettenti degli stati maggiori siano naufragate nella stupida ignoranza di un dilettante capace solo di progettare e pretendere assurdità e che la guerra (la nuova saga era difficile da ignorare) almeno non sarebbe stata perduta se le idee confuse del “caporale comandante” non avessero continuamente intralciato, stravolto e reso inutilizzabili gli imponenti piani dei suoi collaboratori strategici. Basterebbe rinviare ai due casi dei quali a suo tempo si è occupata la revisione e che hanno dato i risultati più eclatanti: la campagna di Francia del 1940 e l’inverno russo del 1941-42. Anche se questa non è la sede per rivedere la storia della Seconda guerra mondiale, si può comunque tentare di fare un bilancio provvisorio sulla figura centrale di queste riunioni informative. Se si considera il lato positivo, non si può negare che Hitler possedesse sagacia e predisposizione per i problemi e le opportunità di natura operativa e che almeno in situazioni non complicate avesse efficaci qualità di comando: fermezza ed energia trascinante. A queste vanno aggiunti un talento quasi fenomenale per memorizzare la letteratura specialistica militare e la padronanza della teoria del sapere storico-militare. Egli possedeva anche intuito per le questioni tecniche e capacità di capire le possibilità d’impiego delle armi moderne. Tutte queste abilità hanno suscitato più di una volta stupore e confusione negli specialisti. Si può affermare senza timore di esagerare che Hitler fu uno dei più competenti e versatili specialisti di tecnica militare del suo tempo. Ci sono sufficienti dimostrazioni per poter affermare che le sue abilità superavano la memorizzazione meccanica di manuali, annuari navali ecc. D’altro lato ad Hitler mancava la formazione degli ufficiali superiori e proprio perché gli mancava, la disprezzava. Questo atteggiamento ebbe un effetto negativo soprattutto quando le battaglie di ripiegamento della seconda metà della guerra impegnarono i comandi militari nella soluzione di problemi che superavano i “presupposti di sana comprensione umana” ritenuti sufficienti da Moltke. Hitler non possedeva l’arte del condottiero capace di attuare una difesa mobile ed elastica in grado di infliggere delle sconfitte anche ad un avversario all’attacco. La sua diffidenza nei confronti dello spirito aggressivo e dello slancio dei suoi generali, diffidenza solo in parte fondata e verso la fine patologica, lo indusse sempre a respingere ogni influenza equilibratrice... Qui però ci occupiamo solo del comandante militare, non del politico e nemmeno del distruttore dell’Europa, del carnefice degli Ebrei o dell’uomo della follia razzista e delle fantasie di sterminio.

Anche se tutti questi aspetti confluiscono nella stessa persona, possiamo considerarli uno ad uno pur rimanendo consapevoli del macabro intero. Il culto dell’eroe negativo, conferendo ad Hitler la patente, spesso immeritata, di corruttore demoniaco di proporzioni gigantesche in ogni situazione, rimane comunque culto dell’eroe. “Bisogna imparare a capire che nell’immagine complessiva ci sono aspetti che fanno apparire quest’uomo mediocre o addirittura moderatamente buono”.

A onor del vero di questa mediocrità o addirittura moderata bontà di Hitler così come della ostilità reciproca e diffusa tra Hitler e la massa dei generali tedeschi, si ha poca evidenza dai verbali. Dal rigore formale con il quale Hitler tratta i suoi interlocutori e dal rispetto che questi dimostrano nei suoi confronti si tende o ad avallare una ipocrisia profonda da parte di tutti o la loro consapevolezza di partecipare ad una sceneggiata che appunto i verbali devono aiutare a rappresentare. Tuttavia, la teoria della grande sceneggiata ad uso e consumo dei posteri è suggestiva, ma poco realistica. Il formalismo dei rapporti non altera mai, quando necessaria, la discussione. Hitler quando può parla chiaro, quando deve sputa fuori dai denti come la pensa e i generali non sembrano affatto intimoriti. Anzi spesso insistono nel mantenere certe posizioni perfino quando sono insostenibili. E Hitler ha buon gioco nello smontarle. L’atmosfera delle riunioni è comunque sempre tesa. Non c’è nessuna cordialità ed il rispetto formale appare come indice di distacco piuttosto che di comunione d’intenti. Hitler non appare mai irruento, non fa aspettare al telefono o fuori della porta i generali, come fanno oggi certi pseudo-politici, non chiede giustificazioni e non offende mai nessuno. È semmai lui stesso ad esprimere sentimenti di calore o di critica nei confronti dei comandanti sul campo, così come nell’apprezzamento del valore individuale dei soldati.

Hitler è il protagonista dei verbali in maniera assoluta. Prende la parola 2.976 volte. Ma non conduce un monologo e non sottrae la parola a nessuno dei presenti. I principali interlocutori sono ovviamente le cariche istituzionali più importanti che costituiscono anche lo zoccolo duro della dirigenza militare così ostile ad Hitler. Sono i generali che durante la Prima guerra mondiale erano tenenti e capitani mentre Hitler era caporale. E lo fanno pesare, così come Hitler fa pesare con la discussione e la sfida sul campo tecnico la sua migliore preparazione politica e la sua capacità di raffrontare parametri diversi. Il generale Kurt Zeitzler (classe 1895), capo di stato maggiore generale dell’esercito interviene 823 volte, il generale Alfred Jodl (1890), capo delle operazioni, di cui Hitler poco si fida, effettua 803 interventi, il feldmaresciallo Wilhelm Keitel (1892), capo dell’Alto Comando della Wehrmacht, interviene 361 volte, il tenente generale Walter Buhle (1894), Capo del comando dell’esercito presso il comando delle forze armate e (dal 15 gennaio 1945) capo dell’armamento della Wehrmacht, prende la parola 280 volte; il Reichsmarschall Hermann Göring (1893), comandante supremo dell’Aeronautica, fa 243 interventi, e il generale Heinz Guderian, ispettore delle truppe corazzate e poi capo di stato maggiore generale dell’esercito, parla 212 volte. Il generale delle SS Hermann Fegelein fa 81 interventi, il generale Wilhelm Burgdorf, vice-capo dell’ufficio personale dell’esercito, parla 53 volte, l’ambasciatore Hewel 73 volte, il generale Walter Wenck, capo del gruppo di comando allo stato maggiore generale dell’esercito, effettua 34 interventi. Il grand’ammiraglio Karl Dönitz (1891) interviene 27 volte, mentre il tenente colonnello e poi maggior generale dell’aeronautica Eckhard Christian prende la parola ben 198 volte. Il tenente generale Walter Warlimont (1894) effettua 105 interventi, il generale Adolf Heusinger (1897), da capo di stato maggiore generale dell’Esercito interviene 31 volte, il vice ammiraglio Theodor Krancke (1893), Rappresentante permanente del comandante in capo della Marina al quartier generale del Führer, fa 12 interventi, il generale dell’aeronautica Gunther Korten (1898) ne fa 28. Il Reichsführer SS Heinrich Himmler (1900) (dal 21 luglio 1944 contemporaneamente capo dell’armamento dell’Esercito e comandante in capo della riserva dell’Esercito) prende la parola 51 volte. Il contrammiraglio Hans-Erich Voss, (1897) interviene 43 volte, mentre Karl Bodenschatz, generale dell’Aviazione (1890), effettua 24 interventi. È evidente che se con tante occasioni di parlare qualche argomento non è stato discusso era perché non se ne voleva parlare. E se nelle memorie qualcuno ha lamentato l’impossibilità di farsi ascoltare da Hitler, dovrebbe anche spiegare cosa ne ha fatto del tempo a lui concesso per parlare. Inoltre, nei colloqui con i principali attori sul campo, delle vere e proprie audizioni di fronte ai vertici militari, Hitler lascia parlare liberamente e ascolta attentamente. Nel colloquio del 20 maggio 1943 sulla situazione in Sicilia, il Sonderführer von Neurath interviene 22 volte. Durante il colloquio del 26 luglio 1943 sulla situazione in Italia, dopo la destituzione di Mussolini, il feldmaresciallo von Kluge interviene 60 volte. Il 28 dicembre 1944 alla riunione sulla situazione nei Vosgi e lungo la Maginot i generali Blaskowitz e von Rundstedt prendono la parola rispettivamente 19 e 16 volte. Si parla di tutto e anche di coperte sottratte alla Wehrmacht dagli stessi soldati costretti a mandarle a casa per sostenere le famiglie. Accanto agli interlocutori di alto rango ci sono ampi spazi anche per gli altri collaboratori e i giovani suggeritori. Il capo degli aiutanti di Hitler, generale Rudolf Schmundt, parla 11 volte, ma il maggiore Büchs colleziona 87 interventi, il tenente colonnello Nicolaus von Below, aiutante per l’aeronautica, interviene 30 volte; il colonnello dei carristi Wolfgang Thomale interviene 82 volte, l’aiutante della Wehrmacht (Marina Militare) presso il Führer, capitano di vascello e poi contrammiraglio Karl-Jesko von Puttkamer, interviene 13 volte, il capitano di vascello Heinz Assmann 35 volte, il tenente colonnello Heinz Waizenegger 19 volte, il capitano di fregata Wolf Junge prende la parola 22 volte. Non sempre si tratta di semplici signorsì e non c’è traccia di un aiutante invitato a portare il caffè.

Dai verbali emergono diversi Hitler e ogni lettore ne può trovare uno inedito. Non sarà certamente in questa sede che si vorrà sottrarre al lettore il piacere di scoprirlo da solo. Tuttavia, si può indicare, anche ai fini di suggerire una metodologia di lettura analitica, ciò che un lettore smaliziato può trovarci, ovviamente con il vantaggio del senno di poi. Un militare di professione e un generale (anche in pectore) possono persino divertirsi a fare confronti sulla base dell’esperienza diretta di comando e di stato maggiore. Devono solo considerare che il Führer aveva il vantaggio di conoscere i suoi polli massoni e retrivi, infidi e snob fin dal principio, mentre molti generali di oggi passano una vita a credere ciecamente nei propri comandanti e a scambiarsi abbracci e pacche sulle spalle per poi scoprire, alla fine, che non erano altro che snob, massoni e retrivi. E magari nel frattempo lo sono diventati anche loro.

L’Hitler che si può scoprire dai verbali, in questa ottica ovviamente deviata ma non per questo meno significativa, è un abile giocatore di personalità.

Lui vuole che i verbali non siano una sintesi edulcorata e burocraticamente asettica, in militarese, delle presentazioni dello staff e delle sue osservazioni. Vuole che siano stenografici, che per il tempo significava la registrazione fedele di ciò che un professionista della registrazione capiva dalle esposizioni verbali e dai riferimenti alle mappe militari. Hitler vuole le trascrizioni perché non si fida dei “suoi” generali, ma li vuole anche sfidare su alcuni piani che lui considera, a ragione, ad essi sconosciuti. Hitler gioca con i generali, facendo non il “caporale” della prima guerra mondiale come sdegnosamente lo considerano i generali, ma facendo il colonnello di oggi. I generali non lo possono sapere: né quelli di origine prussiana né quelli di origine seecktiana. Nemmeno Hitler lo sa, ma qualsiasi colonnello di oggi, alla luce degli impegni di oggi, delle priorità della guerra di oggi e delle caratteristiche che si richiedono ad un colonnello di oggi, lo sa.

Hitler nei verbali gioca sempre di anticipo. Se avessero stenografato anche i silenzi e le espressioni del linguaggio del corpo di Hitler, si avrebbe un film perfetto interpretato da un perfetto attore. Innanzitutto Hitler sa che il punto debole dei generali sta nei numeri e gioca sempre su di essi:


IL FÜHRER: Dobbiamo aspettare e vedere che forze ha. Qui, dopotutto, ha due divisioni forti. Una ha 95 carri, l’altra 138.
ZEITZLER. Naturalmente qui si corre un rischio se si levano due divisioni.
IL FÜHRER: Lo ammetto senz’altro. Però ha anche formazioni dell’Aviazione e qualcosa deve arrivare. Quando arriva la prossima divisione di fanteria?
ZEITZLER: Passerà parecchio tempo, 8 giorni, prima di averla. Avevamo sperato che potesse entrare l’11. divisione corazzata. Sarebbe ancora accettabile. Se quella non può andarci finisce che le due divisioni corazzate rimangono ferme. La 23. qui è agganciata sul fianco e dovrà farlo. Rimane solo la 6. È difficile soprattutto se arrivano i contrattacchi e si dovrebbe mantenere il collegamento. Se lassù togliamo la 17. rischiamo anche là. Ma questo attacco di due divisioni corazzate può restare in sospeso ed è possibile che due giorni dopo siamo comunque costretti a far entrare la 17. e allora forse avremo perduto un giorno.
IL FÜHRER: La 17 voleva metterla qui.
ZEITZLER: Voleva avvicinare qui questa e prendere di qua questa qui.
IL FÜHRER: La 17. in sé non vale nulla.
ZEITZLER: E allora l’11.
IL FÜHRER: Ha solo 45 carri armati.
ZEITZLER: Finora ne aveva 49. Se ne sono guastati pochi. Ha un reparto quassù e come misura temporanea si potrebbe aggiungere un reggimento della 306.
IL FÜHRER: Quand’è che l’11. ha perduto tutti questi carri? Lassù ne aveva 70 o 80.
ZEITZLER: Per quanto ne so, era venuta giù con 49 carri armati.
IL FÜHRER: Ci sono di nuovo dei guasti.
ZEITZLER: Naturalmente ci sono sempre piccoli guasti. Con questo tempo il giorno dopo il numero sale di nuovo.
HEUSINGER: Quaggiù l’11. divisione corazzata una volta ne aveva avuti 57.
IL FÜHRER: Da lassù è venuta via con 73 o 75.
ZEITZLER: Controllerò di nuovo. Il numero non mi viene in mente. In base alle mie esperienze, con questo tempo bisogna calcolare che 10-20 carri non ci sono.

“Il numero non mi viene in mente”, dice il buon Zeitzler, e qui lo voleva Hitler che, vinta la scaramuccia su qualcosa che a quel livello è insignificante, non infierisce. Il punto debole dei generali di origine prussiana è anche la capacità decisionale: vorrebbero decidere senza assumersi la responsabilità e il rapporto con i generali si fa grottesco. Hitler gioca anche in questo campo costringendo i massimi vertici a chiedere l’autorizzazione di decidere.

ZEITZLER: ... Oggi pomeriggio il gruppo d’armate ha chiesto di arretrare questo fronte di circa 10 km – là dove sulla carta c’è la ‘Gr’ di ‘gruppo’, tagliando circa là. Ho detto che Le avrei riferito; ma fondamentalmente sono contrario. È la solita storia, vogliono di nuovo abbandonare la roccaforte. E così avrà un varco piuttosto grande. Certo non può più tamponare tutto. Se ha veramente sfondato un po’ possiamo sempre tamponare.
IL FÜHRER: Sì, certo!
ZEITZLER: Posso decidere così?
IL FÜHRER: Sì, certo!
ZEITZLER: Piuttosto devono organizzarsi in modo da tagliare la grande punta ad ovest dove non ci sono attacchi.
IL FÜHRER: Sì, certo!
ZEITZLER: Allora preparerò così.

Anche la tecnologia con la sua correlazione con la tecnica e le procedure è un punto debole dei generali, che si possono lasciar facilmente influenzare da ciò che è previsto e non da ciò che è realistico. Anche in questo campo Hitler non lascia passare:

BUHLE: Deve essere (garantito) nella fabbricazione. In aeronautica non c’è aereo che non esca con un secondo motore.
IL FÜHRER: Al momento non è possibile. (Non possiamo dire:) deve avere due motori e due trasmissioni ... Se si comincia così (non) si può (per questo) sospendere di colpo l’intera produzione nuova, allora non uscirà proprio più nulla; e poi verranno soppressi anche tutti i programmi di formazione ed in breve tempo si arriverà al punto in cui la truppa non saprà più arrangiarsi e dirà: ‘Stop, basta che ci attacchiamo al telefono e ci daranno subito un affare nuovo’.

I generali degli alti stati maggiori perdono facilmente la cognizione del soldato. Hitler lo sa e ancora una volta spetta a lui fare sfoggio di maggiore sensibilità semplicemente attraverso la propria abilità nel cogliere le lacune dei generali:

(presentazione): Qui sono penetrati un po’. Là è in corso una controffensiva. Poi qui ci sono ancora un paio di rapporti di singoli ufficiali che descrivono quanto sia dura su questo fronte.
IL FÜHRER: Devo dire una cosa a proposito di tutti questi casi. Ricevo troppo poche proposte di croce al merito da parte dell’Esercito e ricevo troppo poche proposte per la fronda di quercia e non solo per i generali, ma anche per ufficiali, sottufficiali e soldati che si distinguono. È anche il caso dell’Aviazione, anche loro oggi ricevono la fronda di quercia. Oggi non c’è proprio più proporzione.

Ed ha ragione. La perdita di sensibilità nei riguardi dei sacrifici dei soldati porta inevitabilmente gli stati maggiori a non curarsi dello stress dei comandanti. In genere il vincente non si sostituisce e così si bruciano bravi comandanti e brillanti generali. Questo succede ancora oggi e Hitler a tale proposito si rivela, se non altro nelle intenzioni, più accorto degli stati maggiori. Parla di Rommel e della campagna d’Africa. Senza una sola parola di biasimo analizza il fenomeno dell’usura dei comandanti:

IL FÜHRER: Per la verità devo dire che a suo tempo un’enorme armata, con il carburante, è ritornata dalla posizione di El Alamein fino a qui. Non sono andati ad acqua. Per tutto il tempo praticamente non hanno avuto carburante. Se avessero fatto avanzare il carburante invece di andare indietro, avrebbero potuto operare in prima linea. Su questo non c’è dubbio. Perché sarebbe stato più facile operare in prima linea con un paio di divisioni. Alla fin fine sono solo i carri ed un po’ di artiglieria. Hanno percorso 1.500 km con tutto, hanno portato con sé suppellettili e tutto quello che c’era e che potevano prendere. Il cinquanta percento degli uomini che abbiamo perduto qui è andato perduto nella ritirata, garantito, le perdite effettive in prima linea probabilmente sono state straordinariamente limitate. Non c’è dubbio che non farsi strada alla prima offensiva sotto l’impressione dell’affondamento di quel piroscafo da 4.000 t probabilmente è stato sbagliato. Questa è anche l’opinione di Kesselring, anche di Ramcke che dice: non si capisce perché non siamo andati avanti, gli Inglesi erano chiaramente di nuovo in fuga, bastava solo incalzare e fare pressione da qualche punto. Ma sono davvero convinto che non possiamo lasciare ad un uomo una responsabilità così pesante per troppo tempo. Con il tempo lo deprime. Fa una bella differenza essere sistemati molto indietro. Là, naturalmente, si mantiene la testa lucida. La gente si logora i nervi. Dobbiamo applicare il principio di non lasciare nessuno troppo a lungo in un teatro di guerra. Non ha senso. È meglio rilevarlo. Arriva uno nuovo, che vuole guadagnarsi il suo alloro ed è relativamente più fresco. Per questo ho anche deciso che dobbiamo rilevare una serie di generali, che in sé sono molto buoni, appena è passata la prima ondata, e semplicemente imporre loro – anche ad un feldmaresciallo – una licenza di tot mesi perché stacchino completamente. Dobbiamo immaginarci la situazione. Sul campo deve continuamente fare a pugni con elementi miserabili. Non c’è da meravigliarsi se in due anni a poco a poco si esaurisce ed arriva al punto di dire che ritiene ... Allora gli sembrano insopportabili cose che viste da dietro non appaiono poi così terribili. L’abbiamo visto lo scorso inverno quando alla gente in prima linea sono saltati i nervi solo per l’effetto dei disastri meteorologici che avvenivano sotto i loro occhi. Dicono: dietro fanno presto a parlare, non devono sopportare questo tempo. Ed è anche giusto. Ma ne consegue anche che uno non deve essere costantemente esposto allo stesso effetto. Se espongo un comando superiore a tre settimane di mine non mi posso meravigliare che gli saltino i nervi.
Ed ecco il motivo della collina dei comandanti. Tranne che per le decisioni finali, quando un generale deve afferrare la bandiera perché è questione di vita o di morte, egli deve essere sistemato lontano. Non si può comandare per lungo tempo nel tumulto della battaglia. Questo è sicuro, in questo spazio relativamente ristretto uno deve quasi dominare il campo. Non ha nemmeno accesso alle informazioni; ci vuole istinto. Ma se uno lo fa per due anni, i nervi con il tempo cedono. Questa è anche l’impressione del Reichsmarschall. Dice che Rommel ha i nervi completamente logorati. Ed ora ci sono anche quei tragici effetti secondari con gli Italiani, l’eterna incertezza.

Infine, Hitler sa anche che i generali sono stati attentamente addestrati a non considerare gli aspetti politici della guerra. Quelli che incontra sono clausewitziani che nell’uso degli “altri mezzi” vedono la continuazione della politica come se i mezzi facessero assumere alla politica un nuovo volto e come se gli scopi della politica diventassero solo quelli militari. Hitler sa che in questo campo egli ha l’enorme vantaggio di rappresentare la politica del Reich, anzi di essere la politica e quindi non può essere sfidato neppure da qualcuno che pensi di avere lo stesso suo ruolo. Quando si tratta di interessi nazionali e vitali e quando sono in gioco i parametri fondamentali della visione politica della Germania, Hitler dimostra di avere le idee chiare e soprattutto dimostra che nessun altro ha idee migliori. Come se tutto questo non bastasse dai verbali si percepisce nettamente che Hitler conosce l’informazione come strumento di guerra, i generali no. Egli conosce l’antropologia sociale dei popoli che ha sottomesso, i generali non se ne curano. Hitler conosce il valore delle forze civili e degli strumenti di controllo sui civili, come la polizia, nelle occupazioni di guerra; i generali lo rigettano. Alternando di continuo i suoi interventi come contributi tecnici – che solo i colonnelli possono sapere e apprezzare – con quelli politici di propria competenza ed evitando accuratamente di parlare di strategia fingendo quindi di lasciarla ai generali, Hitler spiazza tutti. Inoltre, esprimendosi continuamente ai due livelli trascina i generali in una battaglia difensiva di logoramento che impedisce ai generali stessi di esprimersi nel ruolo che ad essi dovrebbe competere: quello strategico. Hitler di fatto combatte contro i generali e vince. Tutti assieme, però, perdono la guerra, la vita e la Germania.

Generale Fabio Mini



cerca nel sito

~~  
NAVIGAZIONE