LA MENTE e la personalità di ADOLF HITLER psicologia di hitler LA PERSONALITÀ E LA PSICOLOGIA DI ADOLF HITLER | Il pensiero del Führer - SAGGIO DI STORIA

CONVERSAZIONI A TAVOLA DI HITLER

LA MENTE DI ADOLF HITLER


«Il saggio di Hugh R. Trevor-Roper Hugh Trevor-Roper (The Mind of Adolf Hitler), di cui vengono qui presentati ampi estratti della versione italiana, è tratto da CONVERSAZIONI A TAVOLA DI HITLER 1941-1944, pubblicato dalla LEG - Libreria Editrice Goriziana.

Traduzione di Mauro Pascolat.


È vietata la riproduzione senza il consenso dell'Editore.

Chi era Adolf Hitler? La storia della sua carriera politica è abbondantemente documentata e noi non possiamo sfuggire ai suoi effetti. Non è da escludere che, come oggi si parla di Età napoleonica e di Età di Carlo Magno, in futuro si parlerà di un'Età di Hitler che potrebbe riguardare un'intera generazione. Eppure, malgrado l'evidenza di una storia fatta di oppressione che ha lasciato la sua impronta nel mondo, com'è ancora sfuggente la figura di Hitler! Sappiamo bene ciò che ha fatto; ogni dettaglio della sua attività politica [...] è ormai accertato; la sua vita quotidiana e il suo comportamento sono stati esaminati e messi a nudo. Tuttavia, se chiediamo agli storici non ciò che egli fece, ma come lo fece o – meglio – come poté farlo, essi eluderanno la domanda, ritraendosi dietro risposte implausibili. Per i marxisti [...] egli era una semplice pedina, la creatura di un capitalismo moribondo nelle sue fasi finali. Altri lo hanno considerato un ciarlatano che ha tratto profitto da una serie di eventi accidentali, un attore consumato ed un ipocrita, un contadino astuto e imbroglione oppure un ipnotizzatore che ha sedotto l'intelligenza degli uomini con incantesimi da stregone. Persino Sir Lewis Namier ha avallato la descrizione che di Hitler ha fornito un disgustato funzionario tedesco: un semplice analfabeta, un bluffatore senza logica né metodo, un dilettante. E anche Alan Bullock pare accontentarsi di considerarlo un demoniaco avventuriero animato unicamente da una smania di potere personale senza limiti. Si potrebbe tuttavia obiettare: è possibile che un semplice avventuriero, un ambiguo e bislacco ciarlatano abbia fatto ciò che ha fatto Hitler? E che, partendo dal nulla, un solitario plebeo in una grande città cosmopolita sia potuto sopravvivere alle forze oscure da lui mobilitate e che le abbia potute dominare? E che, dominandole, sia quasi riuscito a conquistare il mondo intero? [...]. Consideriamo per un momento quello che Hitler è riuscito a fare. Figlio di un piccolo funzionario dell'Austria rurale, scarsamente istruito e senza un posizione certa, un nevrotico indolente, irresponsabile, incapace di trovare un impiego, che viveva di espedienti nei bassifondi di Vienna, fece la sua comparsa in Germania da straniero e, negli anni in cui nel Paese regnava la più cupa miseria, dichiarò che il popolo tedesco, con le sue sole forze, e a dispetto della volontà dei vincitori della Prima guerra mondiale, non solo avrebbe potuto riprendersi le province perdute, ma conquistarne altre, per poi soggiogare e dominare l'intera Europa. [...].
Per gli storici i miracoli non esistono. Essi danno una spiegazione agli eventi, e quando li giudicano in retrospettiva, ne vedono l'inevitabilità. Ma talvolta è salutare considerare gli eventi dal loro punto di partenza, piuttosto che dalla loro conclusione, e con ciò giudicare le prospettive, non i risultati, del successo. Solo così è possibile comprendere il carattere di chi li ha previsti. Il fatto che Churchill, sin dal 1933, seppe valutare come pochi altri il reale pericolo di un nuovo Impero tedesco, è giustamente considerato uno dei segni della sua grandezza. Io credo che dovremmo considerare un segno del genio di Hitler il fatto che egli, dodici anni addietro, quando ciò sembrava molto più improbabile, valutò la speranza di realizzare un simile impero, nella convinzione – che si sarebbe dimostrata corretta – che esso poteva essere edificato e che lui stesso, un solitario caporale smobilitato, ne poteva essere l'edificatore. Insisto su questo punto perché voglio sostenere – per quanto possa apparire in contrasto con l'opinione corrente – che Hitler aveva una mente. La mia impressione è che mentre negli anni 1920 un puro visionario avrebbe potuto sognare una simile rivoluzione, e negli anni 1930 un puro avventuriero avrebbe potuto sfruttare una rivoluzione (come Napoleone aveva sfruttato la Rivoluzione francese che altri avevano fatto), un uomo che immaginò e che diede vita ad una rivoluzione come mezzo per la costruzione di un impero e ad un impero dopo la rivoluzione, e che, nel fallimento e nella prigionia, pubblicò in anticipo un progetto completo in cui presentava i suoi obiettivi e che poco si discostava dalla sua forma definitiva, semplicemente non può essere considerato un puro visionario e un puro avventuriero: era un pensatore sistematico e la sua mente costituisce per lo storico un problema non meno importante della mente di Bismarck o di Lenin.
Perché dunque gli storici ci dicono così poco della mente di Hitler, spesso licenziando la questione come non esistente? In parte [...] a causa della sua natura ripugnante. Le menti interessanti sono menti lucide, ricche, versatili, compassionevoli. La mente di molti statisti dispotici e di terribili dottrinari, per i cui obiettivi possiamo avere poca simpatia, ci viene resa interessante, o addirittura simpatica, da queste qualità: come la mente di Richelieu ci attrae per la sua lucidità, la mente di Sant'Agostino ci attrae per la sua ricchezza, quella di Cromwell per la sua goffa umanità. Ma la mente di Hitler non aveva caratteristiche così accattivanti. [...].
C'è, a mio avviso, un'altra ragione che spiega perché la mente di Hitler è stata tanto sottovalutata dagli storici: le testimonianze che essi hanno utilizzato sono in larga parte tratte da pubblicazioni che presentano le testimonianze dei Tedeschi che ebbero contatti con Hitler in quanto furono al suo servizio – e lo furono a lungo. Questi uomini non potevano che essere persone colte e, in quanto tali, ben consapevoli della volgarità e dell'inelasticità della mente del loro padrone – qualità che nei loro scritti hanno debitamente sottolineato. Ma costoro erano altresì servitori che, alla fine della guerra, ritennero necessario giustificarsi per i servigi resi a quello screditato padrone. E quale migliore giustificazione se non quella di rappresentare se stessi come le vittime di un dissimulatore superumano, un ipocrita che, con la sua superlativa ipocrisia, era riuscito a ingannare uomini tanto virtuosi e intelligenti quali loro erano? Simili giustificazioni sono moneta corrente nella storia delle rivoluzioni fallimentari. Quanti si erano compromessi al servizio di Oliver Cromwell, lo rappresentavano, in modo analogo, come un maestro di machiavellica ipocrisia e di diabolico inganno, cosicché per duecento anni – fino alla pubblicazione delle lettere e dei discorsi di Cromwell da parte di Carlyle – tale dottrina fu accettata. Questo è il prezzo che viene sempre pagato per un fallimento catastrofico. [...].
Così, se vogliamo scoprire la mente di Hitler, dobbiamo penetrare la spessa cortina di testimonianze superficiali che la nascondono; il carattere ripugnante che ne formava l'espressione [...] e gli inaffidabili intermediari che l'hanno commentata. Dobbiamo andare dritti alle parole di Hitler: non certo quelle delle sue lettere e dei suoi discorsi [...]; dobbiamo invece rivolgerci alle sue conversazioni private, le sue “conversazioni tenute a tavola”. La conversazione che si fa a tavola, come i quaderni di appunti, rivela la mente di un uomo in modo molto più completo, più intimo, che qualsiasi discorso formale. I diari del dottor Goebbels, scritti per essere pubblicati, hanno scarso valore storico; ma con quanta più vividezza emerge la mente del più intellettuale fra i nazisti dalle conversazioni a tavola registrate da Rudolf Semler! Le conversazioni a tavola di Hitler del periodo della Machtergreifung (1932-34), nella breve registrazione di Hermann Rauschning, sbigottirono il mondo (che ancora non poteva riconoscergli tanta spietatezza e tanta ambizione), al punto che a lungo furono ritenute spurie. La loro autenticità è ormai accettata. [...]
Quante cose cambiarono in quei dieci anni! Nel 1932, quando Rauschning iniziò le sue trascrizioni, Hitler aveva completato la prima fase della sua rivoluzione. Dieci anni prima, era apparso sulla scena tedesca come rivoluzionario capo di un partito, per poi subire l'umiliazione e la sconfitta e finire in un carcere della Baviera, con una carriera politica ad ogni parvenza spezzata, finita. Ora, il Kampfzeit, gli anni della lotta di cui in seguito avrebbe spesso ed entusiasticamente parlato, si era concluso; egli si trovava già alla soglia del potere in Germania e già allora, mentre in pubblico riservava parole concilianti e rispettose ai suoi alleati e maestri conservatori, in privato già descriveva con entusiasmo la successiva fase della rivoluzione. Nell'udire le parole di Hitler, lo stesso Rauschning – anch'egli un conservatore, uno Junker della Prussia orientale sgomentato da quelle ambizioni di millenarismo – trasse le debite conseguenze. Nel 1934 si allontanò dal juggernaut, le parole del cui maniacale conducente aveva avuto modo di ascoltare, e fuggì all'estero. Così, la finestra nella mente di Hitler che poco dopo Rauschning aveva aperto all'Ovest (ma furono in pochi a guardarvi dentro o a credere a ciò che videro) d'un tratto si richiuse; e per il successivo decennio le conversazioni a tavola presso il quartier generale del Führer diventarono – secondo il progetto originario – private. Ci si chiede dunque come mai, nel 1941, quando Hitler aveva completato la seconda fase della sua rivoluzione e si accingeva a realizzare l'ambizione che avrebbe coronato la sua carriera – la conquista dell'Est –, quella finestra fu riaperta; [...]. Per dare una risposta a questo interrogativo, dobbiamo soffermarci a considerare le circostanze in cui queste conversazioni ebbero luogo.
Nel corso della guerra, Hitler trascorse la sua vita, per lo più, nel suo quartier generale militare. Dapprima, durante la campagna polacca, il quartier generale era installato nel suo treno speciale presso Gogolin; più tardi, nel corso della stessa campagna, il quartier generale fu trasferito in un albergo di Zoppot. All'inizio della campagna occidentale il suo quartier generale era situato in un piccolo, scomodo bunker, presso Bad Nauheim, che egli chiamò Felsennest (“nido roccioso”); successivamente, col susseguirsi delle vittorie, Hitler si trasferì a Bruly-de-Pesche, sul confine franco-belga, nelle vicinanze di Roczoi. Il quartier generale fu chiamato Wolfsschlucht – la tana del lupo (Hitler aveva una vecchia simpatia per il nome “Wolf”, che egli stesso aveva assunto al tempo della clandestinità durante il Kampfzeit). Fu al Wolfsschlucht che Hitler apprese della caduta della Francia e si esibì nella sua celebre giga. In seguito divise il suo tempo fra un nuovo quartier generale nella Foresta Nera (Tannenberg) ed il suo treno speciale. Poi, nel luglio 1941, si trasferì nella Prussia orientale per dirigere la sua più grande campagna e assestare il colpo definitivo all'Est. Per più di tre anni il suo quartier generale rimase all'Est – per lo più nella Prussia orientale, e in un'occasione (nel corso della trionfale avanzata in Russia nell'estate del 1942) era collocato in Russia. Successivamente, nel novembre del 1944, il feldmaresciallo Keitel finì per persuadere Hitler a lasciare quella località insalubre, fra tetre foreste di pini, dove era sfuggito ad un attentato e negli ultimi anni aveva vissuto, giorno e notte, un'esistenza sotterranea da troglodita. Il quartier generale prussiano si trovava a Rastenburg, e Hitler lo battezzò Wolfsschanze. Il suo temporaneo quartier generale russo, situato a Vinnycja, in Ucraina, era denominato Wehrwolf. Tutte le conversazioni riportate in questo libro ebbero luogo alla Wolfsschanze o al Wehrwolf.
Esse si tenevano durante i pasti, talvolta a pranzo, altre volte a cena, ancor più spesso in occasione del pasto più socievole: la lunga successione di tè e pasticcini – che di solito si protraeva ben oltre la mezzanotte – che concludeva una giornata di lavoro. Poi Hitler si dilungava. Conversatore appassionato, pare che egli, con la sua voce e con i suoi occhi – sebbene fosse un voce aspra e gli occhi fossero freddi – ammaliasse i suoi ascoltatori: nelle conversazioni informali, a differenza che nell'oratoria formale, il suo tono era fresco, flessibile, a volte persino allegro. Ovviamente si trattava per lo più di monologhi [...] e naturalmente spesso si ripeteva. Nondimeno, pare che la cerchia dei suoi intimi – infatti soltanto i suoi intimi, e qualche occasionale e fidato ospite, presenziavano a queste funzioni – lo ascoltasse con piacere. Nei suoi monologhi, gli ospiti vedevano tutta la mente del Führer: i dettagli autobiografici – e non documentati – della sua giovinezza, la storia segreta del glorioso Kampfzeit, la terribile ma stimolante filosofia grazie alla quale aveva già realizzato tre quarti del suo vasto programma e ora – così sembrava – stava per realizzare il resto. Perché – era la loro domanda – non registrare nella loro autenticità le parole del Maestro per i posteri? Era una domanda che poneva in particolare Martin Bormann, l'evangelista letterato del movimento, l'indispensabile segretario di Hitler, l'agente infallibile e, alla fine, il suo fidato esecutore testamentario. Ma Hitler continuava a respingere l'idea. Detestava la presenza di apparecchi registratori o di persone addette alla registrazione nei suoi momenti di relax, quando si lasciava andare alla conversazione con tanta spontaneità, liberamente, a volte anche con allegria. Poi, d'improvviso, nel luglio del 1941, quando giunse il momento apocalittico e stava per iniziare il trionfo orientale, Hitler cedette. Continuò a proibire l'introduzione di registratori meccanici nella stanza, insistendo di non voler essere disturbato da figure estranee e da atteggiamenti importuni durante le sue conversazioni o per timore che la grande libertà dei suoi discorsi ne fosse inibita; tuttavia acconsentì a che un funzionario del Partito presenziasse ai suoi pasti; costui, in un angolo appartato e in modo discreto, avrebbe potuto prendere appunti, la forma definitiva dei quali sarebbe stata revisionata, approvata e custodita dall'unico fidato interprete del pensiero del Führer, Martin Bormann.
Bormann si attivò immediatamente per i preparativi. Fu nominato un funzionario del Partito, il quale, a partire dal 7 luglio 1941, fu ammesso alla presenza di Hitler nelle ore dei pasti. Si chiamava Heinrich Heim. Per l'intera durata dei monologhi, egli rimaneva discretamente seduto in disparte prendendo appunti stenografati. Dopo di che, si ritirava e, sulla base di questi appunti, dettava agli stenografi di Bormann la sua registrazione della conversazione. Il dattiloscritto veniva quindi consegnato a Bormann, il quale lo leggeva con cura, talora apportando correzioni o aggiungendo note esplicative, lo siglava e lo archiviava. Heim continuò a prendere i suoi appunti fino al marzo del 1942, allorché fu inviato in missione speciale a Parigi. In quei quattro mesi lo sostituì un altro funzionario, il dottor Henry Picker. Ma sia Heim che Picker erano funzionari subordinati alle istruzioni e al controllo di Bormann, responsabile unico, in quanto segretario di Hitler, della preparazione, dell'accuratezza e della conservazione delle trascrizioni. A volte, in occasioni intime, anche Bormann prendeva appunti. Ma a prescindere dai trascrittori, le registrazioni furono ufficialmente denominate Bormann-Vermerke, le annotazioni di Bormann; e in testa alle 1.045 pagine dattiloscritte che alla fine le annotazioni riempirono, e che Bormann aveva personalmente in custodia, egli scrisse di proprio pugno: “Annotazioni di interesse fondamentale per il futuro. Da conservare con la massima cura”.
Quando, il 1° agosto 1942, Heim ritornò per riprendere le sue funzioni di resocontista giudiziario presso il quartier generale del Führer, capì che non vi sarebbe rimasto a lungo. L'annus mirabilis di Hitler stava già volgendo al termine. Nell'estate del 1942 la strategia di Hitler all'Est – in particolare il suo indebolimento della VI armata di Paulus allo scopo di colpire obiettivi più lontani nel Caucaso – provocò la violenta opposizione dello Stato Maggiore dell'esercito. Il generale Halder, capo di quello Stato Maggiore, ancora oggi ha un sussulto nel ricordare quei momenti. Le decisioni di Hitler, racconta, “smisero di avere alcunché in comune con i princìpi della strategia e della tattica militari così come erano accettate da generazioni. Erano il prodotto di una natura violenta che seguiva i propri impulsi del momento” – megalomania malata, irresponsabilità criminale. Hitler accusò gli ufficiali dello Stato Maggiore di essere dei codardi, il cui pensiero era “fossilizzato in una mentalità antiquata”; quando un ufficiale gli lesse i numeri della forza russa, egli “lo aggredì con i pugni serrati e la bava agli angoli della bocca, proibendogli di leggere simili idiozie”. [...]. Quale conseguenza di queste esplosioni di collera, nel settembre del 1942 Halder fu licenziato. Contestualmente, Hitler pose fine ai suoi pasti informali con i membri del suo Stato Maggiore, che ora considerava i suoi nemici, “la sola massoneria che non sono riuscito a spezzare”. La sua routine si interruppe; la sua giovialità da piccolo borghese, la fiducia sanguinaria, la fantasia infiammabile, svanirono dalle sue parole; e i Bormann-Vermerke, per lo meno come regolare istituto, furono interrotti. Le registrazioni delle conversazioni – che sono presenti in questo libro – proseguirono, ma con intermittenza, e divennero eccezionali e rare. Non venivano più compilate da Heim, ma da Bormann oppure da un terzo resocontista che rilevò Heim.
I monologhi, naturalmente, non cessarono, ma il loro carattere mutò: erano rivolti ad un uditorio molto più ristretto. Dapprima, a causa della profonda, maniacale depressione da cui fu sopraffatto dopo Stalingrado, Hitler si ritirò in una totale solitudine e per mesi consumò i pasti solo con il suo alsaziano. Quando la solitudine cominciò ad annoiarlo, decise di invitare sporadicamente alcuni ufficiali ai suoi pasti; ma poiché in loro compagnia gli era impossibile evitare argomenti militari, ben presto abbandonò l'esperimento. Alla fine si accontentò dell'uditorio regolare formato dalle sue segretarie, che però si annoiavano o non riuscivano a seguire il filo dei suoi discorsi; [...]. Una delle sue segretarie ha fornito un malinconico resoconto delle funzioni che caratterizzavano questo periodo. “Dopo Stalingrado”, ella scrive, “siccome Hitler non riusciva più ad ascoltare musica, ogni sera noi dovevamo ascoltare i suoi monologhi; ma le sue conversazioni a tavola erano logore come i dischi del suo grammofono. Le storie erano sempre le stesse: i suoi primi tempi a Vienna, il Kampfzeit, la Storia dell'Uomo, il Microcosmo e il Macrocosmo. Di ogni argomento, sapevamo in anticipo che cosa avrebbe detto. Col tempo, queste conversazioni finirono per stufarci. E mai una parola su quello che accadeva nel mondo e al fronte: tutto ciò che riguardava la guerra era tabù”. “Nel 1944, in più di un'occasione, mi ritrovai ancora sveglia in compagnia di Hitler alle otto del mattino, mentre, fingendo interesse, ascoltavo le sue parole… [...]”. Eva Braun, che era spesso presente, non si curava troppo di nascondere il suo fastidio: talvolta lanciava a Hitler un'occhiata di disapprovazione oppure chiedeva l'ora a voce alta. Allora Hitler interrompeva il suo discorso, porgeva le sue scuse e licenziava gli ospiti.
Queste ultime, deprimenti conversazioni non hanno interesse ai fini di questo libro, che per altro non presenta i resoconti completi di quelli che probabilmente furono – anche nei momenti migliori – discorsi ripetitivi. Il libro contiene soltanto le parti delle conversazioni a tavola di Hitler che Bormann ha ritenuto opportuno registrare. Resta tuttavia il fatto che esse sono molto spesso ripetitive. E molto spesso riflettono la rozzezza e la crudezza, il dogmatismo, l'isteria e la banalità della mente di Hitler. Ma nonostante il disordine di un materiale tedioso e sgradevole, il libro contiene altresì il nocciolo del pensiero di Hitler ed è lo specchio del suo repellente genio: un genio che, a mio giudizio, è sia possibile che essenziale svelare.
Hitler si riteneva un uomo del destino, quasi il Messia – anche se egli stesso respinse espressamente questo appellativo religioso. Credeva di essere il solo – o quasi – in grado di comprendere la crisi del nostro tempo e di curarla. A suo vedere, la sconfitta della Germania nella Prima guerra mondiale non era semplicemente una crisi della Germania: era – come aveva sostenuto Oswald Spengler – una crisi di civiltà, il genere di crisi che si verifica solo in rari momenti della storia, che può essere compresa unicamente da chi abbia studiato la storia passata in termini di secoli e a cui può porre rimedio solo chi è pronto a scatenare e in grado di controllare i cataclismi e gli sconvolgimenti in cui le età storiche periscono o nascono. Questa visione cataclismatica della storia era parte essenziale delle idee di Hitler, ed è essenziale che noi la comprendiamo: era infatti in questo quadro che egli vedeva se stesso e la missione che si attribuiva, ed in questo contesto giudicava gli uomini, sia i suoi contemporanei che quelli appartenuti al passato. Una delle più chiare espressioni di questa sua concezione fu pronunciata da Hitler non nel 1941, quando ciò si sarebbe potuto ascrivere all'ebbrezza del potere, ma negli anni 1924-25, quando, in apparenza definitivamente sconfitto, si trovava in carcere. Si tratta di un passaggio che ho già citato una volta; ma poiché il Mein Kampf, seppure di importanza fondamentale, è per lo più un libro illeggibile o che non viene letto, voglio riproporre deliberatamente quella citazione. “Nella storia umana [...] può accadere che, a lunghi intervalli di tempo, il politico pratico e il filosofo politico siano uno. Più stretta è l'unione, maggiori sono le difficoltà politiche. Un uomo di questo genere non si occupa di soddisfare domande che sono ovvie ad ogni filisteo; egli opera in direzione di obiettivi che sono comprensibili solamente a pochi. Per questo la sua vita è combattuta fra odio e amore. La protesta della sua generazione – che non lo capisce – lotta con il riconoscimento della posterità – e anche per questa egli opera”. Nel 1941, in virtù dei successi già conseguiti, Hitler vedeva confermata la sua convinzione di essere in grado di comprendere e di controllare il corso dei secoli. Con sempre più frequenza la sua mente viaggiava nella storia dell'umanità, soffermandosi sulle sue fasi cruciali e sui grandi uomini che ne erano stati gli architetti dei mutamenti. “Un uomo che non ha il senso della storia”, diceva, “è come un uomo senza orecchi e senza occhi: naturalmente può vivere; ma poi?”
Qual era l'interpretazione che Hitler dava della storia? Era un'interpretazione rozza ma netta e – al pari di tutte le sue idee – sostenuta da un'ampia gamma di fatti selezionati arbitrariamente e immagazzinati nella sua straordinaria memoria, e che la sua mente irrequieta, rigida e metodica ordinava in schemi preconcetti. [...] Come Spengler, Hitler vedeva nella storia un susseguirsi di età umane che potevano essere comprese in base alle rispettive “culture”, cioè la somma della loro organizzazione sociale e delle loro idee. C'era la cultura antica della Grecia e di Roma, per la quale egli esprimeva grande entusiasmo – anche se, come osservò seccamente Albert Speer, “le sue concezioni sull'argomento non si fondavano su studi storici approfonditi”; c'era la cultura medievale “germanica”, eclissata nel Rinascimento dalla moderna società “capitalistica” dell'Europa occidentale; e c'era la società moderna che – ancora Spengler – a suo giudizio soffriva di una malattia letale. Per quali cause – si chiedeva – queste culture si sono ammalate tanto gravemente oppure sono morte? “Spesso mi chiedo il motivo del crollo del Mondo Antico”; e la sua mente vagava alla ricerca di possibili risposte alla domanda che lo lasciava così perplesso. Si trattava del declino demografico? o la causa era il clima? o forse l'Impero romano era stato corroso al suo interno dal cristianesimo giudaico? Queste non erano domande accademiche, giacché le loro risposte, secondo Hitler, contenevano la risposta al grande problema pratico che tempo addietro egli aveva deciso di risolvere.

[...].

Si sa che Hitler era un uomo di terra: non veniva dal Baltico o dal Mediterraneo, ma dal cuore dell'Europa, e probabilmente aveva visto il mare poche volte. Non vi è dubbio che non comprendesse la potenza marittima – tanto che respinse sempre l'idea delle colonie remote, in quanto queste dipendevano dalla potenza marittima. A lui interessavano i continenti, non le isole; per questo rimuginava sulle mappe, progettava grandi strade e studiava la nuova “scienza geopolitica”, che, ispirata da Sir Halford Mackinder nel 1919, era stata accolta con più interesse nell'Europa centrale che nella sua natia Inghilterra. L'ossessione di Hitler per le strade, per gli eserciti di terra e per la conquista di grandi spazi emerge spesso in modo evidente nelle sue conversazioni a tavola – benché quest'ossessione risalisse a un periodo anteriore. “Non esistono due uomini”, confessò una volta, “che mi hanno interessato più di Nansen e Sven Hedin”; e persino in piena guerra, mettendo da parte strategia e politica, riceveva un devoto benché screditato pellegrino, l'anziano Sven Hedin, con il quale Hitler discorreva degli imperi delle steppe che Hedin aveva già esplorato, e che Hitler ora cercava di conquistare. Analogamente, la sua mente spesso si soffermava sulle grandi strade, “l'inizio di ogni civiltà”, i nervi che devono animare un impero terrestre. Immaginava le strade del passato – le strade romane in Europa, le strade degli Incas in Perù – e le strade del futuro: le Reichsautobahnen tedesche da Klagenfurt a Trondhjem e da Amburgo alla Crimea [...].
Ma se la nuova èra doveva essere l'èra di un grande impero che avrebbe dominato quella che Sir Halford Mackinder aveva chiamato la “Heartland”, la “Cittadella dell'Impero mondiale”, vale a dire l'area invulnerabile alla potenza marittima nell'Europa centrale e in Asia, quale popolo, quale governo potevano aspirare al dominio di questo impero? Di certo nessuno dei vecchi popoli marittimi – rispetto ai quali Hitler non aveva fondamentalmente alcun interesse. Se doveva essere un popolo europeo, sarebbe stato quello tedesco o quello russo, giacché solo questi due popoli avevano eserciti terrestri, ambizioni di conquista terrestre e l'attitudine “geopolitica” alla realizzazione di tale impresa. Tutti i geopolitici tedeschi avevano ipotizzato che tale impresa sarebbe riuscita ai Russi, sia perché erano più numerosi sia perché erano già presenti su quel territorio, mentre auspicavano che la Germania stringesse un'alleanza con la Russia piuttosto che tentarne la conquista. Hitler, però, si chiedeva se ciò fosse davvero inevitabile. Non erano forse i Tedeschi i Kulturträger, i portatori di cultura dell'Europa? Non erano germanici i popoli che avevano conquistato ed ereditato l'Impero romano dopo che questo era stato corroso al suo interno dal cristianesimo giudaico e dal declino demografico? Il Medioevo tedesco era stato ostacolato dal Rinascimento “cristiano”, l'ascesa della società capitalistica plutocratica nell'Europa occidentale; ma ora che quella società capitalistica plutocratica stava a sua volta decadendo, i Tedeschi non si sarebbero potuti risvegliare? [...]; il nuovo Reich tedesco, per analoghe ragioni, doveva guardare all'Est. Ma anche adesso, il Reich, con uno sforzo eroico, non avrebbe potuto strappare ai Russi il loro dominio e imporre alla Heartland un Impero tedesco anziché russo? È vero che i Russi erano più numerosi; ma quante volte, in passato, una minoranza, grazie a capacità e a determinazione, era riuscita a conquistare e ad assoggettare una grande nazione? È vero che i Tedeschi erano reduci da una sconfitta in guerra e che la Germania era amputata, disarmata ed impotente; ma anche la Russia era stata sconfitta in guerra, aveva perduto, all'Ovest, le sue province più ricche ed era stata devastata da una guerra civile. È vero, i Tedeschi erano politicamente degli incompetenti – Dicksckädel, Querschädel, Dummköpfe – zucconi senza speranza, degli idioti privi di senso politico e incapaci di agire; ma “anche le razze stupide, con una guida capace, riescono a ottenere qualche risultato”. Gengis Khan, grazie al suo “eccezionale talento per l'organizzazione”, aveva unito i Tartari; Carlo Magno, “uno dei più grandi uomini nella storia del mondo”, era riuscito, con la forza, a unire anche i più testoni dei Tedeschi. Ciò che era già stato fatto on la forza e con una guida capace, con la forza e con una guida capace ora poteva essere fatto di nuovo. È vero, la Germania aveva in passato fallito la conquista della Russia; ma quella era la Germania della monarchia degli Hohenzollern, la Germania bizantina, cosmopolita, tradizionalista, infestata dagli Ebrei; e mentre “le monarchie sono tutt'al più in grado di mantenere le loro conquiste, è con le forze rivoluzionarie che si creano gli imperi”. Che cosa sarebbe successo se in Germania ci fosse stata una rivoluzione, una rivoluzione che avesse liberato le energie represse e frustrate della Germania autentica, la Germania nazionalista e proletaria che una classe dominante anti-nazionalista aveva fino a quel momento diviso e tenuto in schiavitù? È vero, i Russi avevano già avuto la loro rivoluzione e in certa misura si trovavano in una posizione migliore, e i profeti geopolitici si adeguarono tranquillamente al dominio russo; ma alla dottrina disfattista dell'inevitabilità Hitler contrappose una dottrina più esaltante, una dottrina che alla depressa e desolata Germania degli anni 1920 parve un vangelo di speranza umana a fronte del cupo e meccanico pessimismo dei suoi contemporanei: la dottrina della sovranità definitiva della volontà umana. Non erano stati Nietzsche e Schopenhauer a formulare questa dottrina? Mussolini, quello “statista senza pari”, non ne aveva forse dimostrato la verità con il suo esempio? La personale e sincera ammirazione di Hitler per Mussolini, che tanto esasperava alcuni dei suoi più acuti seguaci! – un'ammirazione espressa per la prima volta nel Mein Kampf e proseguita fino al 1944, quando Hitler scoprì, con dispiacere, quello che Mussolini diceva di lui – nasceva soprattutto da questo fatto: Mussolini aveva dimostrato che una decadenza apparentemente inevitabile poteva in realtà essere contrastata; anzi, questo processo poteva essere invertito; “la Marcia su Roma fu un punto di svolta nella storia: il solo fatto che fu possibile compierla, ci diede la nostra ispirazione”. Tutte le testimonianze hanno suffragato la quasi incredibile forza di volontà di Hitler; egli stesso, non senza ragione, rivendicava la più forte volontà nei secoli: sino alla fine, anche quando le forze fisiche lo avevano abbandonato, egli fu in grado di esercitare, con la sola forza della volontà, un'autorità assoluta su un intero popolo. Tuttavia, non fu solo con la forza della volontà che Hitler sperava di invertire l'apparente inevitabilità della storia: il suo progetto fu anche frutto del pensiero. Con la sua mente vigorosa e rozza egli passò al setaccio i secoli della storia umana, forzando i fatti in una filosofia brutale, acritica e sistematica in vista della realizzazione dei suoi vasti disegni.
Come si compie una rivoluzione sociale?, era la sua domanda. Come fa un popolo relativamente piccolo a conquistare un grande impero? E una volta costituito un impero, come lo si mantiene? A tutte queste domande, la storia – se letta con la fede selettiva di uno Spengler o di un Toynbee – fornisce delle risposte. Il successo di ogni rivoluzione dipende dalla capacità di un'élite di impadronirsi del potere, e la formazione di una simile élite era compito del Partito nazionalsocialista: i Tedeschi sarebbero diventati l'élite dell'Europa e sarebbero stati a loro volta governati da un'élite, il Partito. Con questa mobilitazione, un popolo germanico, grazie alla volontà di potenza e disponendo di una leadership dinamica, poteva facilmente conquistare l'Europa. Si guardino gli Inglesi, un'altra “nazione germanica pura”, e i loro risultati, sotto la loro naturale aristocrazia – quei “Lord” principeschi, così sicuri di sé, le cui vaste tenute (affermava Hitler) coprivano l'intera Inghilterra, che rendevano impossibili le operazioni militari. Poche migliaia di Inglesi avevano soggiogato e governato quattrocento milioni di Indiani. Più volte la mente di Hitler tornava all'esempio della conquista inglese dell'India, l'origine dell'esasperante fiducia in sé che avevano gli Inglesi. “Ciò che l'India è stata per gli Inglesi”, diceva, “sarà per noi lo spazio orientale”; e poi con la mente divagava sulla storia dell'Inghilterra e su quella dell'India, argomenti di cui non sapeva nulla, ma di cui Ribbentrop, il grande esperto di questioni inglesi, ed egli stesso simile ad un lord inglese, gli aveva spesso parlato.
Ma era possibile rendere permanente una simile conquista? Naturalmente sì. Era possibile grazie alla scienza moderna, alle energie moderne, alla moderna propaganda.

[...].

“La storia ci insegna che tutte le razze superiori sono decadute quando hanno permesso che i popoli assoggettati venissero armati”. Quanto all'istruzione, i popoli assoggettati devono imparare il tedesco, così non potranno fingere di non avere inteso gli ordini dei loro padroni; e in fatto di geografia, sarà sufficiente che sappiano che Berlino è la capitale del mondo; e pratichino pure la contraccezione (anche se ciò significherà mandare sul posto gli Ebrei affinché li istruiscano al riguardo), così il loro tasso di natalità calerà, mentre aumenterà il loro tasso di mortalità se impediremo loro l'accesso agli ospedali; in tal modo i colonizzatori tedeschi, al sicuro nelle loro città strategiche e collegati ai centri di potere dalle vaste reti di Autobahnen, non dovranno temere un rivolta dei loro iloti. Questa, diceva Hitler, è la regola ferrea dell'imperialismo. Una volta conseguiti questi risultati con la vittoria, le rimanenti incombenze sarebbero state un gioco da ragazzi. Le sacche di resistenza, fino a quel momento tollerate, sarebbero state eliminate; Hitler avrebbe portato a compimento la “soluzione finale” della questione ebraica; le vecchie aristocrazie europee, la “mafia dell'alta società”, i frivoli reazionari cosmopoliti, gli stessi che da lungo tempo corrompevano la diplomazia tedesca e che continuavano a sabotare il Duce in Italia, sarebbero stati tolti di mezzo; le Chiese sarebbero state soppiantate con i loro stessi metodi (Hitler espresse sempre ammirazione per i metodi, pur detestando le dottrine, della Chiesa Romana); il cristianesimo, con il suo disgustoso egualitarismo, sarebbe stato estirpato; e alla prima voce di ammutinamento nel Reich, “l'intera marmaglia asociale”, “qualche centinaio di migliaia di uomini” tenuti allo scopo nei campi di concentramento, sarebbero stati mandati a morte. In questo modo ci si sarebbe assicurati il Millennio tedesco.
Un millennio barbaro! Hitler non l'avrebbe negato, poiché la barbarie – sosteneva – era la base di partenza di ogni cultura, il solo mezzo con cui la nuova civiltà poteva soppiantare la vecchia. I conquistatori germanici dell'Impero romano erano stati dei barbari; ma avevano sostituito una società vecchia e corrotta gettando le basi di una civiltà nuova e vigorosa. Così i nazisti: dovranno essere i barbari a sostituire con il loro millennio la moribonda cultura occidentale? “Sì”, aveva dichiarato nel 1933, “noi siamo i barbari! Noi vogliamo essere barbari! È un titolo onorevole. Noi ringiovaniremo il mondo. Questo mondo è prossimo alla sua fine”. Per “necessità storica”, le forze barbariche devono porre termine alle civiltà decadenti e “strappare la torcia della vita ai loro fuochi morenti”. Gli ultimi millecinquecento anni, disse una volta a Mussolini – gli anni che stavano fra Attila e se stesso, l'intero arco di tempo della civiltà cristiana – non erano stati che un'interruzione del progresso umano, che “ora sta per riassumere il suo antico carattere”. Quanto alla cultura – scrisse nel Mein Kampf –, essa dovrà attendere finché un'età eroica barbarica ne avrà posto le fondamenta, nel modo in cui le culture di Atene e di Roma poterono prosperare sulla base delle guerre persiane e puniche. … Ma come [...] sarebbe stata la nuova cultura tedesca, la cui istituzione doveva giustificare questi metodi barbarici? Ahinoi, la risposta è chiara. Hitler, l'artista, era sempre pronto a sviluppare le sue idee sulla cultura. Questo libro ne è pieno: limitate, materialistiche, banali, mal combinate, disgustose. [...] I cento milioni di padroni tedeschi sicuri di sé sarebbero stati installati brutalmente in Europa e avrebbero gestito il potere garantito dal monopolio di una civiltà tecnica e dalla manodopera schiavizzata di popolazioni autoctone in calo demografico formate da cretini negletti, malati, analfabeti, affinché i padroni potessero trascorrere il loro tempo sfrecciando lungo infinite autostrade, ammirare gli ostelli dell'organizzazione “Forza attraverso la gioia”, il quartier generale del Partito, il Museo Militare e il Planetarium che Hitler avrebbe fatto edificare a Linz (la sua nuova Hitleropolis), trottare da una galleria d'arte all'altra e ascoltare, mentre gustavano i loro Krapfen, interminabili dischi della Vedova allegra. Questo doveva essere il Millennio Tedesco, dal quale nemmeno la fantasia avrebbe avuto via di scampo. “Dopo qualche anno di nazionalsocialismo, sarà impossibile immaginare una forma di vita diversa dalla nostra”.
Ma prima che tutto ciò potesse accadere, la vittoria era certa? Tutto dipendeva da questa condizione essenziale. La lotta fra Germania e Russia sarebbe infatti stata la battaglia decisiva del mondo, come la battaglia dei Campi Catalaunici fra Romani e Unni o certe altre battaglie che Hitler, erroneamente, riteneva essere state decisive nella storia. In caso di vittoria dei Tedeschi, il millennio sarebbe stato loro, ma se fossero stati sconfitti, anche la loro sconfitta sarebbe stata millenaria. In Russia, infatti, c'era un altro genio del destino, der geniale Stalin, che aveva a sua volta compiuto una grande rivoluzione e che a sua volta aveva imposto un'élite al popolo soggiogato, così come aveva liquidato milioni di nemici, aveva predicato una nuova religione per inebriare o ridurre in schiavitù i suoi popoli e ora aspirava al dominio dell'Eurasia e del mondo. Pur consumato dall'odio per il “bolscevismo giudaico”, dal disprezzo per i subumani slavi, Hitler non smise mai di ammirare quell'altro barbaro di genio, “l'astuto Caucaseo”, che considerava il suo solo degno nemico: “una enorme personalità”, “un bruto, ma un brutto che ha classe”, “ per un verso... un bruto... e per l'altro, un gigante” – e non certo per il credo e i metodi del comunismo, un'ideologia potente quanto la sua. Preferiva i comunisti agli aristocratici, i Rossi spagnoli allo spregevole Franco, quel rinnegato creatura di duchi e preti che Hitler, per disprezzo, si rifiutava finanche di nominare. Questa guerra, di fatto, la guerra che egli stava pianificando, la guerra fra Germania e Russia, fra Hitler e Stalin, fra ideologia e ideologia, non sarebbe stata semplicemente un guerra dinastica o economica, ma una guerra per la vita o per la morte, per l'impero o per l'annichilimento, una guerra che avrebbe deciso il destino dei secoli; non una guerra contro il passato – che era già morto – ma fra due Titani che se ne disputavano l'eredità. Per il mondo defunto e per i neutrali che si erano ritirati dal Dibattito del Mondo, Hitler non aveva che disprezzo; per l'altro Titano, come per un suo pari, nutriva un certo rispetto. Ma ciò non significava che gli avrebbe dato quartiere.

[...].

Questa fu la lotta cruciale, [...] in cui Hitler si considerava l'incarnazione del cambiamento storico. Egli aveva capito questo problema, almeno dal 1919; aveva creato la forma in cui ora esso si presentava al mondo, esigendo una soluzione; con i suoi sforzi eroici aveva fatto in modo che la soluzione potesse venire dalla Germania; e naturalmente credeva di essere il solo in grado di portare a compimento “la ciclopica impresa che l'edificazione di un impero significa per un solo uomo”. Significava che l'impresa doveva essere portata a compimento in fretta, fintanto che il vantaggio era della Germania, prima che la Russia fosse preparata e, soprattutto, finché egli era in vita. “Nessuno sa quanto vivrò. Perciò [...] che la guerra sia adesso”. Era sua “irrevocabile decisone”, dichiarò, “risolvere la questione dello spazio vitale tedesco” al più tardi prima del 1945. Nel 1941, secondo i piani, scatenò le sue armate contro l'Est, mentre le armate russe arretrarono prima del terribile impatto. Non c'è da meravigliarsi se in un momento simile Hitler vide avverarsi tutte le sue profezie, la prossima affermazione del millennio tedesco e il riconoscimento di demiurgo dei secoli che la storia gli assegnava in modo inequivocabile, al punto che egli poté scrivere al venerato alleato e modello, Benito Mussolini, da Titano a Titano nei dolori del travaglio di un'èra: “Ciò che io sono per la Germania, Voi, Duce, siete per l'Italia; ma ciò che entrambi saremo per l'Europa, sarà solo la posterità, un giorno, a dirlo?” Aveva fatto appena in tempo – “altri dieci o quindici anni e la Russia sarebbe diventata il più potente Stato del mondo e sarebbero dovuti passare due o tre secoli prima del verificarsi di un nuovo cambiamento”. Ma ora aveva compiuto la sua missione: era giunto il millennio tedesco, non quello russo. Che avventuriero da strapazzo sembrava ora Napoleone in confronto a lui! Napoleone si era arreso alla tradizione, aveva fatto se stesso imperatore e i suoi parenti re, si era dimostrato “nient'altro che un uomo, non un fenomeno mondiale”. Questo, Hitler non l'avrebbe mai fatto: non avrebbe mai dimenticato di essere “il politico pratico e il filosofo politico in uno”; e che un fenomeno mondiale cominciasse a “girare per le strade di Monaco come un imperatore in un cocchio dorato” sarebbe stato semplicemente ridicolo.
Rispetto a questo grande problema – la conquista dell'Est e con ciò la fondazione di un Impero tedesco millenario il cui dominio sarebbe stato sancito per sempre dalla nuova religione razziale – tutti gli altri problemi erano per Hitler secondari. Anche la guerra con l'Ovest era passata in secondo piano. Da lungo tempo la sua attitudine riguardo all'Occidente era chiara. L'Occidente, malgrado la vittoria del 1918 – ottenuta solo grazie alla famosa “pugnalata alle spalle” – e benché fosse ancora forte in questo momento cruciale, se osservato nella lunga prospettiva della storia, era in evidente declino. E al suo declino poteva essere lasciato. Fondamentalmente, a Hitler non interessava. In verità, per l'Inghilterra aveva una certa ammirazione, mista ad invidia e odio. Ammirava i Britannici in quanto “popolo germanico puro” e conquistatore. Ma invidiava l'Inghilterra in quanto potenza mondiale affermatasi solo in tempi recenti, ne invidiava la fiducia che aveva in se stessa: con quale diritto l'Inghilterra reclamava un posto nella storia sulla scorta dei suoi miserabili trecento anni in confronto al Grande Reich millenario? E la odiava – come l'hanno odiata tanti nazionalisti tedeschi – in quanto grande Cartagine che tramite i commerci aveva colonizzato il mondo e cercato di strangolare l'onesto impero di terra tedesco. Ma poiché l'Inghilterra e l'Occidente sarebbero comunque rimasti indietro, per Hitler era sufficiente ignorarli purché, nell'immediato, si tenessero fuori dalla battaglia, la grande battaglia terrestre che incombeva all'Est. L'Inghilterra, non c'era dubbio, ne sarebbe rimasta fuori: quale interesse aveva l'Inghilterra per l'Ucraina? L'Hitler benevolo era ad ogni modo disposto a “farsi garante” dell'Impero britannico quale elemento di stabilità nell'ininfluente mondo marittimo. Forse – questo è vero – si sarebbe dovuta mettere fuori gioco la Francia, giacché la Francia, ai tempi in cui Hitler scrisse il Mein Kampf, era il centro di un sistema di alleanze orientali. Ma nel 1940 quelle alleanze non esistevano più e la Francia era stata schiacciata. Rimaneva solo l'Inghilterra a leccarsi le ferite e a fare i conti con la realtà; e l'Inghilterra si sarebbe ritirata dalla lotta mondiale e si sarebbe tranquillamente sgretolata nel suo angolo di Atlantico, a meno di porsi, come il resto dell'Europa, sotto l'egida tedesca. Gli elementi “migliori” della civiltà occidentale – cioè i soggetti che Hitler giudicava accettabili – avrebbero finito per mettersi sotto l'egida tedesca he li avrebbe preservati, come la cultura greca era stata preservata dall'Impero romano… Purtroppo le cose non andarono così. L'Inghilterra, l'Inghilterra di Winston Churchill, continuò a combattere, e combattendo infiammò l'Occidente conquistato e acquiescente. Per Hitler ciò era incomprensibile, irresponsabile, intollerabile: sarebbe rimasto coinvolto in una guerra navale che non capiva e in una politica mediterranea che non era in grado di controllare, e che avrebbe fatalmente interferito con il suo progetto orientale, la quintessenza della sua guerra. Alla fine, l'ostinazione degli Inglesi fu la sua rovina. Così si spiega il violento odio con cui Hitler inveiva contro il nome di Churchill. Non poteva rispettarlo come rispettava il suo nemico frontale, Stalin. Stalin, dopo tutto, aveva compreso il problema del XX secolo nei termini in cui l'aveva compreso Hitler; anche lui era un nuovo Gengis Khan. Ma Churchill no: Churchill era semplicemente un avventuriero senza scrupoli, un ubriacone, il becchino dell'Inghilterra, l'antitesi del “galantuomo, anche nella vita privata”. Quando l'Occidente fu rafforzato dalla dichiarazione di guerra degli Stati Uniti, questi isterici insulti si estesero, naturalmente, dall'Inghilterra all'America, dal “beone Churchill” al “criminale Roosevelt”. L'Inghilterra, l'America, l'India, l'arte, la musica, l'architettura, l'ariano Gesù, il bolscevico San Paolo, i faraoni, i Maccabei, Giuliano l'Apostata, re Faruk, il vegetarismo dei Vichinghi, il sistema tolemaico, l'èra glaciale, lo shintoismo, i cani preistorici, il brodino spartano: non c'era argomento – pur ignorandolo – sul quale Hitler non fosse pronto a dogmatizzare, e spesso è difficile cogliere, oltre la spazzatura che lo circonda, la volgarità con cui egli si sofferma sull'argomento, la disgustosa crudeltà che lo infiamma, il nocciolo duro del pensiero personale di Hitler. Nondimeno quel nocciolo duro esiste e può essere definito nei termini in cui l'ho definito qui; e chi può dire, malgrado tutti i suoi aspetti odiosi e volgari, che esso non abbia una sua terribile coerenza, una sinistra corrispondenza con la realtà da esso quasi creata? Mi sorprende che nessuno storico – per quello che so – abbia tentato di svelare la storia della mente di Hitler, l'impulso che lo spinse a cercare e a sistematizzare queste idee tremende, o le fonti da cui egli le ricavò. Quali libri leggeva Hitler? Quali erano i numerosi volumi, finemente rilegati dalla sorella di Hess, che riempivano la sua “grande biblioteca” di Monaco? Non lo sappiamo. I suoi biografi, dopo averlo liquidato come un dilettante analfabeta, non hanno ritenuto che valesse la pena porsi questa domanda. Ma se non era un semplice dilettante [...], allora dobbiamo senz'altro porci questa domanda. La miracolosa carriera di Hitler non può infatti essere spiegata semplicemente enumerandone le azioni o con i resoconti della sua condotta personale: se dobbiamo trovare una spiegazione, essa va ricercata nella forza mentale che, ad un certo punto della sua vita, egli indirizzò verso le questioni fondamentali della storia e della politica, della rivoluzione e dell'ideologia, della strategia e del potere. Le sue idee compulsive su questi argomenti gli permisero di attirare a sé non solo quel nucleo di rivoluzionari devoti e fanatici – complici consapevoli – che costituirono la sua élite, ma anche milioni di Tedeschi comuni, i quali, riconoscendo in lui il profeta e l'esecutore delle loro mal formulate e perciò disconosciute ambizioni, furono pronti a seguirlo, anche con gioia, sino alla fine, nel suo mostruoso tentativo di imporre al mondo una barbarica dominazione tedesca.
Hitler, quando elaborò le sue idee su questi problemi? Poiché gli storici non ci vengono in soccorso e poiché i primi tempi della sua vita sono scarsamente documentati (pur esistendo ancora testimoni cui non ci si è rivolti ma che potrebbero aiutarci), non cercherò, in questa sede, risposte certe a questa domanda. Forse fu proprio allora, durante il periodo viennese, in quei giorni che gli osservatori contemporanei giudicavano sprecati e insignificanti; sappiamo che anche allora era un assiduo frequentatore delle biblioteche a prestito, dalle quali si portava casa “materiale di lettura a chili”, non romanzi, che – per sua stessa ammissione – non leggeva mai, ma libri di storia, di religione, di geografia, libri tecnici, volumi di storia dell'arte e di architettura. Lui stesso sosteneva di aver letto tutti i cinquecento volumi di una libreria di Vienna, e sappiamo qual era il suo metodo di lettura: prima di tutto dava un'occhiata alla fine del libro, poi lo sfogliava alla metà e in ultimo – fattosi un'idea del contenuto – lo leggeva sistematicamente dall'inizio alla fine. Ma il processo di accumulazione e di memorizzazione non porta necessariamente alla formazione di un pensiero, e non possiamo essere certi se a Vienna Hitler si limitò ad accumulare il materiale che la sua mente eccezionale successivamente organizzò in un cupo, erroneo sistema. Probabilmente questa fu una fase successiva, durante la guerra, quando – secondo le sue affermazioni – portava regolarmente in tasca le opere di Schopenhauer, il filosofo del nichilismo e della volontà di potenza, e dalle quali “apprese moltissimo” [...]; e anche Nietzsche, l'altro grande filosofo tedesco della volontà di potenza, [...] era spesso sulle sue labbra. Indubbiamente la guerra fu un'esperienza importante nella sua vita, l'unico periodo in cui – come disse in seguito – non ebbe preoccupazioni materiali e durante il quale poteva perciò pensare. È possibile che anche le sue idee circa la conquista dell'Est prendessero forma durante la guerra; è certo che queste idee si erano già in parte formate nel 1920, quando dichiarò ad uno dei suoi primi uditorii che il Trattato di Brest-Litovsk, in forza del quale la Germania aveva acquisito dalla Russia circa il cinquanta per cento della propria capacità produttiva, rispetto al Trattato di Versailles era “infinitamente umano”. Al tempo di guerra probabilmente risale anche l'interesse di Hitler per Federico il Grande [...], nonché l'interesse per Carlyle, il profeta della venerazione dell'eroe. Non a caso, nella sua ultima roccaforte di resistenza, il Führerbunker di Berlino sotto assedio, Hitler sedeva sotto il ritratto di Federico il Grande, mentre ascoltava brani tratti dalla sua biografia scritta da Carlyle. E Federico il Grande non era solo un eroe militare per Hitler: anche le ciniche lettere di Federico il Grande sulla religione e le sue Polemiche teologiche erano fra le sue letture preferite. Fin dai tempi della scuola, Hitler aveva manifestato un odio nevrotico, anzi, volgare, nei riguardi della religione, che sovente, in seguito, amava ricordare con patetica compiacenza; nelle sue conversazioni a tavola elogiava le note di scherno di Federico sulla “saggezza di Salomone” [...] che raccomandava come lettura obbligatoria alla classe notoriamente religiosa di ammiragli e generali. Le idee di Hitler in fatto di strategia – e già nel 1932, otto anni prima che i suoi successi militari giustificassero l'iperbolico titolo di “più grande guerriero di tutti i tempi”, egli si considerava un “grande stratega di un nuovo genere, un futuro signore della guerra in un senso e in una misura fino allora sconosciuti” – come sappiamo si rifacevano soprattutto a Clausewitz, le cui opere egli studiava continuamente nel suo quartier generale; ma Hitler aveva studiato Clausewitz ancor prima del 1923, senza dubbio durante la guerra. All'epoca aveva già letto anche i Protocolli dei Savi di Sion, la giustificazione intellettuale del suo antisemitismo, e Le basi del diciannovesimo secolo, di Houston Stewart Chamberlain, la riconosciuta e riconoscibile base delle sue dottrine razziali. Il Mito del XX Secolo di Alfred Rosenberg, che Hitler ammise di non essere mai riuscito a leggere, ebbe invece su di lui un'influenza trascurabile. Ad ogni modo il libro fu pubblicato solo nel 1930, quando la mente di Hitler si era già formata. In simili questioni ideologiche, Hitler era più pratico dei suoi dottrinari seguaci; la sua attitudine era quella del laico nei confronti della religione: credeva nella generale verità della dottrina, ma non aveva pazienza per le sottigliezze teologiche dei preti. Tanto Himmler che Rosenberg avevano l'attitudine dei preti e Hitler li derideva. Ma se – come pare probabile – il pensiero di Hitler si nutrì negli anni della guerra, io indico nel 1924-25 gli anni della sua cristallizzazione definitiva nella forma deducibile dalle conversazioni a tavola che qui presentiamo. Infatti, fra il 1923 e il 1924, Hitler passò un anno in carcere, dove trascorreva il suo tempo non solo tenendo sotto controllo il suo partito temporaneamente smembrato, ma anche leggendo e scrivendo. [...] Altri hanno respinto questa ipotesi in quanto mera razionalizzazione retrospettiva di un interesse che Hitler aveva in realtà acquisito più tardi. Comunque sia, sembra certo che in carcere Hitler si tuffò o si rituffò nelle letture storiche. Fu allora che – come avrebbe detto in seguito – “ebbi agio di dare una base storica alla mia filosofia”; fu allora che “approfondii svariate idee in precedenza fondate sull'istinto”; fu allora che scoprì la sua missione, la sua “intrepida fede e l'incrollabile fiducia nel nostro destino”; e fu allora che, studiando i metodi marxisti (come egli ammise) elaborò il progetto, cui in seguito avrebbe dato esecuzione, di un colpo di stato dall'interno. La dottrina schopenhaueriana della volontà, la teoria leniniana della presa del potere e gli insegnamenti storici del dottor Pötsch si fusero insieme a formare una filosofia coerente durante quell'anno in carcere [...] nel corso del quale anche i wagneriani recarono conforto al detenuto e Houston Stewart Chamberlain, genero di Wagner e profeta del razzismo, gli scrisse “con tanta cordialità”. Non fu il solo conforto personale che ricevette in quell'anno cruciale. Già nel 1923 aveva conosciuto un devoto discepolo con il quale ora divideva la cella e con il quale dovette aver discusso – e discutendo, formulato – le sue idee: Rudolf Hess. [...]
Il risultato del periodo di gestazione intellettuale di Hitler in carcere e del suo rapporto con Hess fu, in primo luogo, il Mein Kampf, che Hitler dettava e Hess trascriveva, e poi un libro inedito sulla politica estera, il cui testo non ha visto la luce ma che, sappiamo, auspicava la pace con l'Inghilterra e perciò, probabilmente, la guerra con la Russia, e che Hitler evidentemente fece leggere a un solo uomo, Rudolf Hess. Che Hess fosse il canale attraverso cui le idee geopolitiche di Haushofer raggiunsero la mente di Hitler, che le trasformò nella dottrina del Lebensraum orientale, mi pare pressoché certo. Questa dottrina, una volta sviluppata, trovò spazio, come “testamento politico”, alla fine del Mein Kampf. E fino all'ultimo rimase il testamento politico di Hitler. Le ultime parole – stando alle testimonianze – scritte da Hitler, le parole di commiato che rivolse alle forze armate tedesche mentre si preparava a morire nel bunker di Berlino con i Russi alle porte, furono un'esortazione a “conquistare territorio ad Est per il popolo tedesco”. E nel 1941, quando Hess volò in Scozia con in tasca un amuleto avuto da Sven Hedin e in mente un sogno allegorico del professor Haushofer, secondo una fonte autorevole fu la conoscenza rivelata dalla mente di Hitler in quel manoscritto segreto sulla politica estera che lo spinse a intraprendere quella pericolosa, idealistica e folle avventura.
Questo, dunque, era il lato positivo della mente di Hitler. Ma c'era anche il lato negativo, e nessun resoconto o analisi della sua mente può esser completo senza far riferimento all'abissale vuoto che, su alcuni lati, segnava i confini della sua dura, netta, monolitica struttura. Se infatti sappiamo abbastanza dei libri che Hitler leggeva, degli argomenti che studiava e che lo ispirarono nell'edificazione della sua mostruosa ma, per molti Tedeschi, irresistibile filosofia, del pari sappiamo [...] quali libri non leggeva e quali argomenti non interessavano la sua mente altrimenti vagabonda, predatrice e golosa. “Un uomo”, disse il vescovo Berkeley, “che poco ha meditato su Dio, sulla mente umana e sul summum bonum, potrà essere un prospero lombrico, ma fuor di ogni dubbio sarà un misero patriota e un misero statista”. Hitler era un patriota e uno statista di questa misera specie. Non meditò mai su queste cose. Nessuna parola da lui pronunciata sfiorò lo spirito umano. Le sue idee sull'arte erano prive di valore. Non conosceva il significato della parola “umanità”. Disprezzava in pari misura la debolezza e la pietà (che è l'unione di compassione e debolezza). Era Humanitätsduselei, stupidità umanitaria. E se disprezzava la debolezza fisica, odiava altresì (negli altri) la forza morale. Di Stalin ammirava solo l'astuzia, la crudeltà [...]. Solo la sua forza, la sua volontà, la sua fede avevano per lui un valore; le qualità in sé, per lui non valevano nulla. Per lui l'amore non significava niente: si trattava soltanto di una competizione in cui il più nazista dei maschi tedeschi meritava in premio la più convenzionalmente ben proporzionata femmina tedesca; e c'è qualcosa di ripugnante nella sua concezione dell'amore: non è cinismo o rozzezza, ma solo meschinità, meccanicismo, inumanità. Per lui, i figli erano un mezzo di conquista e di colonizzazione, sempre sostituibili – e perciò sempre sacrificabili. Hitler aveva, per la verità, idee sulla Natura e parlava spesso della sua “comunione” con essa, ma era una Natura orrenda, una Natura divoratrice la cui crudeltà giustificava la sua: non una socievole Natura pagana di boschi e di ruscelli popolati da ninfe, ma una Natura wagneriana, quella delle orride Alpi nella cui inebriante solitudine egli poteva, meglio che altrove, concepire i suoi interventi ugualmente violenti e implacabili. E quanto allo scopo della vita umana, quella futile ricerca che nondimeno è un indice di umanità, per lui si riduceva al fatto che i Tedeschi dovevano diventare i padroni del mondo. Il pensiero va a precedenti conquistatori e colonizzatori, certamente non meno brutali dei Tedeschi: le armate arabe, i crociati franchi, i conquistadores spagnoli. Anch'essi seminarono morte e distruzione, oppressero e ridussero in schiavitù interi popoli, bruciarono terre lasciandosi dietro la desolazione. Ma – benché questi dominatori fossero indiscutibilmente in errore – anche le loro imprese più violente erano subordinate ad un fine impersonale che, una volta depositatasi la polvere della battaglia e della conquista, comandava umiltà anche ai conquistatori, sicché oggi, guardando indietro, dimentichiamo le crudeltà incidentali e vediamo solo le chiese e le moschee, gli ospedali e le scuole, costruiti non per il solo vantaggio dei vincitori, ma anche per servire quel Dio astratto o quell'umanità concreta di cui anch'essi si sentivano sudditi. Tutto ciò, a Hitler era estraneo; ed è per questa ragione, io credo, che in definitiva la sua concezione della cultura tedesca è assolutamente rivoltante. Per lui la questione si riduceva a più pasticcini per i Tedeschi e meno per i non Tedeschi. Era in tutto e per tutto un rigido materialista, senza compassione e tolleranza per le speranze, le paure, le fantasie o le illusioni immateriali che, seppure assurdamente, gettano un barlume di nobiltà sulle azioni dell'Uomo. Per Hitler, questo mondo immateriale non era che Mumpitz (stupidaggini). L'intera scala dei valori morali, dal peggio al meglio, in quanto dipendente da criteri immateriali, per lui semplicemente non esisteva: “Non sono venuto al mondo”, diceva, “per rendere migliori gli uomini, ma per servirmi delle loro debolezze”; e come il Giulio Cesare di Shakespeare, esprimeva apertamente la sua predilezione per gli uomini corrotti, delle cui debolezze si poteva servire, rispetto agli “asceti con le occhiaie”, quegli “uomini magri e affamati” che “pensano troppo” e che erano i soli che temeva. E a quale fine voleva usare le debolezze che tanto prediligeva? Affinché i Tedeschi, che egli disprezzava, potessero mangiare di più di coloro per i quali nutriva anche più disprezzo. Ma una volta sazi? Achille restituì il cadavere di Ettore. L'effigie del crociato cristiano è scolpita sulla sua tomba, i preti cantano inni per la sua anima e per sua volontà è stato creato un ricovero

(...) per recare sollievo agli appestati e ai vecchi
e ai poveri ormai inabili al lavoro
(1);

forse così si perpetua un'illusione, ma si è reso un servizio all'umanità e si è prolungata l'arte. Per Hitler, un mondo come questo non solo era inintelligibile, ma inconcepibile: “Poiché odiava ogni forma di idealismo, trovava del tutto normale che i cadaveri dei suoi nemici venissero bruciati e che gli uomini della sua SS ne usassero le ceneri per concimare i propri orti”. È naturale che un uomo di questo genere, quando leggeva e quando parlava, non sentisse la necessità della compassione umana. “Benché si avventurasse in quasi tutti i campi del pensiero umano”, dice la sua segretaria, “avevo la sensazione che qualche cosa mancasse. Ancor oggi non saprei esattamente dire che cosa. Ma credo che nei suoi profluvi di parole mancasse la nota umana, la qualità spirituale dell'uomo colto. Nella sua biblioteca non c'erano opere classiche, nemmeno un libro che recasse traccia dello spirito umano”. Eppure quest'uomo arido, questo ignobile cinico si riteneva un artista, fantasticava che gli eruditi papi del Rinascimento avrebbero trovato congeniale la sua compagnia, esponeva con disinvoltura i suoi banali dogmi sulle opere dello spirito come se fosse appena tornato dall'Elicona.
Questa, dunque – se riusciamo a spingere il nostro sguardo oltre la spazzatura intellettuale in decomposizione che la circondava – era la mente di Hitler nella forma in cui era emersa dalle esperienze cristallizzanti del suo anno nel carcere di Landsberg, questa la sua spietata capacità di sistematizzare, questa la sua spaventosa nudità umana. Dopo quella data, a mio parere, la sua mente non mutò: nei successivi vent'anni si espresse nelle azioni. L'esperienza del Kampfzeit e la più ampia gamma di attività prima e dopo la Machtergreifung del gennaio 1933, certamente la arricchirono di dettagli illustrativi; il contatto con la lucida intelligenza organizzativa di Goebbels – che Hitler aveva conosciuto nel 1922 – indubbiamente ne affinò i contorni e probabilmente fornì una base più intellettuale al suo pensiero sociale; la pratica stessa di questi soliloqui verosimilmente fornì molti anelli mancanti e “lubrificò”, per così dire, l'elaborazione delle sue idee. Ma sostanzialmente, nella sua filosofia fondamentale e nei suoi obiettivi finali, essa fu costante: un fenomeno terribile, imponente nella sua granitica durezza e tuttavia un miscellaneo ammasso di uno squallore infinito, simile a un enorme monolito barbarico, espressione di una forza gigantesca e di un genio feroce circondato da un mucchio di rifiuti marcescenti, vecchie scatolette di latta e parassiti morti, cenere, gusci d'uovo e lordura: i detriti intellettuali dei secoli. Ogni suo segno in quegli anni – nel 1924 nel Mein Kampf, nel 1933 nelle versioni delle conversazioni a tavola di Rauschning, negli occasionali discorsi segreti di cui è sopravvissuta una documentazione, e ora nel resoconto completo delle conversazioni a tavola degli anni 1941-1944 – dimostra la sua consistenza. Le presenti Conversazioni a tavola, in ragione della loro portata e delle trionfali circostanze in cui furono pronunciate, sono la più lucida testimonianza della mente di Hitler: l'autorivelazione del più formidabile tra i “terribili semplificatori” della storia, il più sistematico, il più storico, il più filosofico, eppure il più rozzo, il più crudele, il meno magnanimo conquistatore che il mondo abbia mai conosciuto.


(1) William Shakespeare, Enrico V, I, i.

N.B.: non vengono qui riportate le rimanenti note presenti nel testo.

cerca nel sito

~~  
NAVIGAZIONE