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SIAMO uomini venuti da TUITTERO

L'uomo che venne da lontano e andò ben oltre · Punti cardinali


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Sì, tocchiamo punti cardinali delicati
in questo resoconto-postilla sugli intrighi dell'Uomo venuto da lontano che può essere letto (per chi vorrà leggere) come una delle ficciones alla Borges (viziata da esagerazioni alla Márquez) o come un serio divertissement fantastico circa un mistero conservato nei sotterranei del Vaticano.

l'uomo venuto da lontano al Vaticano
L' Uomo che venne da lontano in un singolare schizzo.
La testa, apparentemente assente, è un semplice effetto trompe l’oeil.
Sullo sfondo, il Vaticano sotto il cielo di Roma

In tempi non sospetti (ché avevano ampiamente dimostrato la loro estraneità a se stessi c/o chi di dovere), come accade a caratteri con calibro dell'apocalittico Giovanni(n) (Senza Paura punta) ma soprattutto dell'entità di Nostradamus, Menagramus, Isacco Giacobbo e innumerevoli oltre-uomini di profezia, fummo punti da una benché non cercata vaghezza in virtù della quale ci trovammo, un bel giorno, a tener compagnia e botto alla schiera degli aruspici, in testa ai quali saremmo inclini a installare il felino Malachia, che nei suoi celeberrimi quanto criptici 111 motti espose visioni fatali di papi e anti-papi (si badi – detto divagando alquanto – che è uno dei pochi affari degli ultimi quattro e oltre secoli in cui non ha parte alcuna l'Uomo dell'ultimo dì mercedonio), con abbraccio che si estendeva dal pontificato del Celestino II fino a quelli compresi nella Fine dei Tempi, ci pare di capire.

E qui cominciamo bene: non siamo pratici di cose astrofisiche (vedete: manco abbiamo la certezza che si tratti di cose astrofisiche), ma ammettendo e concedendo (tutto, fino a restare ignudi) una visione allucinata e prosaicamente impensabile dalla mente umana come lo spazio entro il quale si collocherebbe un evento Finale irreversibile – che, in turno, si supporrebbe non scindibile dall'influenza dal Tempo, in un'in(de)terminabile complicità dei Due – possa, dopo tanta catastrofe, essere ancora popolata di papi e anti-papi che se ne stanno in giro pontificando quasi niente fosse, e con l'aggravio dell'esposizione visionaria di Malachia – cui purtuttavia confermiamo la nostra stima e rispetto riconoscendone la buona fede –, ci rimane nondimeno ostico l'allineamento con un vaticinio che disimpegna l'istituto del papato dalla sua suprema funzione temporale (cioè politica). In sintesi: esiliato a regnare sul nulla, un pontefice perde un'alta percentuale del suo smalto e pertanto non è meritevole (o passibile) di ludibrio astrologico.

Comunque sia, a quegli scagionati tempi, si partorì anche noi una visione, alla Borges (ci si condoni l'accostamento: non sarà difficile in quest'epoca di passioni), piuttosto che alla Malachia – per giunta con ritaglio polemico, obiettivo il Márquez; ma nell'innocente forma di una stoccatina – sotto specie scritta, tradizionalmente – e convenientemente – specificata dal termine "racconto", composto di un certo numero di motti ("mots"), indubbiamente maggiori di 111, magari anche criptici, ma privi di drammatiche valenze numerologiche. Nel quale, sbrigliata da ogni regola di contingente verisimiglianza, dominava la figura ("surreale" – suole puntualizzare chi col surreale mostra familiarità non inferiore alla tua con tuo cugino o tuo tsio) di un papa che si volle sudamericano.

Senza dettagliare da quale fra i Paesi dell'America meridionale egli originasse (pare in tutto uno di quegli accorgimenti in smaliziata adozione presso i pronosticanti di cui in alto, del genere – volgarmente ma efficacemente detto – "mettere le mani avanti"), ma dandogli un nome e un cognome (anzi che, in modi inauditi, montasse al soglio predestinato) con vaga eco di significante precolombiano, ossia Gutierro de Utziqui; chi avesse letto quel conto, sarebbe inoltre stato informato circa l'estrazione "campesina" del cardinale – a voler essere onesti e più realistici dei realisti, il "de" striderebbe con i modesti cognomi di quel ceto, che, poco abbiente, non potrebbe nella più immaginifica e nervosa delle fantasie concedersi (tantomeno se ne insognerebbe) l'acquisto di un predicato signorile. Ma il punto non è dolente fino all'irreparabile.

Sicché (questo accadeva intorno – quando non dentro – l'anno 2001 o forse 2), dopo lunghe (otto, o sette, ma sempre anni!) revisioni e meticolosi, cauti eppure rigorosi colpi di lima, finché sopraffatti da quell'urgenza che è combinazione di vanità (ecco – pressappoco – una spiegazione all'usanza che, se qui da Noi va indisturbata sotto la sigla APS, nel mondo anglosassone, senza tanti sotterfugi acronimici, è ostensibilmente, malignamente etichettata "vanity press", e nell'Oltralpe designata da un serioso quanto esplicito "édition à compte d'auteur") e timore di veder la storia del cardinale andare a male come (e dove) vanno certe vivande, giunse la risoluzione – conseguenza di cortesi declinazioni editoriali a dozzine – di rendere tuttavia pubblica (ma lo era già stata, sull'internèt, senza che la nostra e altre vite ne venissero scalfite) quella storia-profezia, rifilata ad un florilegio di novelline eccentriche assemblate sotto il titolo onnicomprensivo di Remakes (Cigoli) – proprio con quelle parentesi: non ne era, il contenuto, inteso a sottotitolo (perché si scelse quel titolo, qui non lo stiamo a documentare).

L'anno 2009, dunque, eccolo l'APS autoredatto vedere la luce, che negli anni a venire, gradualmente infiochendosi, infine si spense – ma per nostro lucido calcolo, a seguito di questa valutazione: un libro (di carta) che in quattro anni stabilisce un record planetario (tanto si sa…) per molti versi ignominioso, e che pochi – dal 1455 a oggi – possono vantare, tanto da tentarne il detentore di proporsi alla Guinness (non in quanto birra), va dolcemente soppresso, o deve almeno subire un certo qual cambiamento di connotati. Ora, la trista antologia viaggia sotto mutato titolo – sperduta come un novello Major Tom ma senza potersi appellare all'illusorio conforto di un Ground Control – di raggio in raggio della grande e selettiva Tela sub specie electronica.
E lì rimanga, che un pochetto ci ha stancati.

Tornando dall'inevitabile digressione al nostro punto, ebbene: l'Utziqui (o de Utziqui) – sempre in quell'immaginazione – conseguiva il primato nella Sede di Pietro con peripezie le più difficilmente prefigurabili e con criteri nettamente illeciti (e illegali), benché il preteso effetto della brevissima novella fosse quello di evidenziare, per una serie di accadimenti compressi, come il porporato sudamericano (divenuto, piuttosto che eletto papa) introducesse una sia pur effimera rivoluzione nei costumi vaticani. Non c'è traccia di giudizi di alcun genere, né di merito etico né – per così dire, come dire, vogliamo dire – religioso o (ce se ne scampi!) di sfera "teologica".
Ma quanti (certamente non troppi) volessero sapere di che cosa stiamo parlando, troveranno senz'altro il modo di leggere lo scampolo narrativo in questione.
Qui, viceversa, vogliamo soffermarci su ciò che esso trascura relativamente alla sorte patita da due cardinali concorrenti alla Cattedra pontificia.

Par di tornare alle cruente leggende borgia-stiche, questo è vero (ma si legga il racconto, si legga pure – stranamente intitolato Settembre!, con esclamazione funzionale), tuttavia il Gutierro, agendo con quell'imprevedibile estro suramerico "su cui ci ha sempre tenuti informati Márquez con bilioni di pagine" (questa, citando, la "stoccatina"), combinò un finimondo, quel giorno (di settembre...), allorché ripulì la piazza dai competitori, del tutto dimentico di cosa fosse la pietà. Il resoconto parla chiaro.

Ora, ciò che in quello scritto si sottace fu la fine orrenda riservata dal papa "eletto" a due cardinali in particolare, usando di un metodo trascurato (curioso!) persino dalle più fervide menti dell'Inquisizione. A un certo punto, si fa cenno, nella fantasiosa cronaca, al "disavanzo totale di uomini color della porpora", palese falsificazione della falsificazione (tanto è il racconto Settembre!), dacché due di essi – il nome? e chi (se) lo ricorda... – scamparono lì per lì alla furia di "Utziqui all'iniziativa" (cit.), trovando ricovero in chissà quale sgabuzzino remoto, ma senza farla franca. Nel momento in cui il neovicario massimo – benché a dure faccende obbligato – si prese una pausa per due conti che però non gli tornavano e non tornandogli fu bensì in grado di associarli a due nomi, con inumana prontezza di spirito decise di affidare la soluzione del caso a suoi fidati vicari sicari che lo avevano seguito in Roma dalle campesine terre avite.

Si sa di papi che, nei rari momenti di libertà dai loro oneri, si dedicano ad attività le più svariate per ritemprare lo spirito e la mente ("hobby", "svago", "distrazione"), nonostante la carenza di una seria letteratura in proposito (prevalendo la tendenza gossipara di taluni pseudostorici ovvero vaticanisti di non eccelsa lega, i quali – perdonate la franchezza – ci hanno riempito le tasche con obsolete, presunte indiscrezioni sulle manie, più che passatempi o diversivi, dei pontefici – il filone Borgia è inesauribile, insomma). Utziqui, ai tempi della giovinezza contadina in patria, studiò con entusiasmo l'apicoltura: ne fu, si dice, un pioniere nella plaga agricola d'oltreoceano, ne fu divulgatore e le diede impulso con giovamento per la povera economia locale, e della dedizione venne ripagato in termini di apprezzamento generale dei campesinos.

Così, quando fu il momento di traversare l'oceano per la prima venuta in Roma...

Continua


Le prossime storie strane, commoventi e risibili di Uomini e donne (in rete senza rete):
Vedremo.

Nel frattempo, ecco la storia de L'uomo che...



Illustrazione (dell'Uomo che venne da lontano): Stefano Baratti
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